Cultura e spettacolo

Dorilla in Tempe al teatro Malibran

Il teatro La Fenice di Venezia prosegue la riscoperta del repertorio vivaldiano proponendo, dopo l’Orlando furioso di un anno fa, Dorilla in Tempe. Trattasi di un pasticcio, un insieme di arie estrapolate da lavori di Sarro, Leo, Giacomelli, Hasse e anonimi, tenute assieme da sinfonia, recitativi e cori composti da Vivaldi. Non è l’unico del genere, avendone il Prete rosso scritti altri tre, Il Teuzzone, Il Bajazet e Rosmira fedele, e conta ben quattro versioni tra il 1726  e 1734. Non solo riuso di materiale altrui, ma anche autoimprestito. Nella versione 1734 proposta al Teatro Malibran, la sinfonia riprende il primo e secondo tempo di quella del Farnace, il coro “Dell’aura al sussurrar” è intonato sul celebre primo movimento del concerto La primavera e ci sono riferimenti al Giustino del 1723 nella scena del mostro.

Le stagioni, età della vita

L’allestimento è affidato allo stesso team dell’Orlando furioso e sarà al Wexford Festival Opera il prossimo autunno. Il regista Fabio Ceresa, dovendo dare sostanza a una trama esile e priva di intrecci coinvolgenti, prende spunto proprio dal tema della Primavera e incentra la Dorilla sull’alternarsi delle stagioni come metafora del ciclo vitale umano, topos caro alla cultura italiana fin dal Rinascimento. La principessa di Tempe, salda nel suo amore per Elmiro, crescerà quindi dalla fanciullezza alla maturità nel corso delle prove a cui sarà sottoposta dal tiranno Admeto e dal dio Apollo.

Gli spunti

Ceresa offre spunti interessanti nella caratterizzazione dei personaggi: il re di Tessaglia è ritratto con tinte tragicomiche; la ninfa Eudamia è trasformata in Pizia, di casa alla corte di Admeto; il pastore Nomio, in realtà Apollo, ha ben poco di campestre, indossando una cotta di pailettes; Filindo veste i panni del dignitario orientale. Ogni aria è occasione per altrettante micro regie che traducono in immagini il testo cantato, come gli sfortunati amori d’Apollo in “Se al mio ben rivolgo il ciglio” o il teatrino sotto la gonna di Eudamia in “Al mio amore il tuo risponda”.

Nei costumi sontuosi di Giuseppe Palella pare esserci una voluta contrapposizione cromatica tra i buoni, in bianco e rosa come la chioma di Dorilla, e i potenti, in verde smeraldo.

La scena fissa pensata da Massimo Checchetto si ispira all’architettura neoclassica e viene riempita di fiori, alberi e cervi. Suggestive la primavera, con tinte che richiamano la pittura di Alma-Tadema, e l’estate, in cui rivive il glamour di certe pubblicità di moda. I ballerini della Fattoria Vittadini, sotto la guida del coreografo e assistente alla regia Mattia Agatiello, abitano il palco con la loro cifra inconfondibile fatta di gesti a tratti scattosi, a tratti languidi.

Alla maniera barocca

L’Orchestra del Teatro La Fenice, per l’occasione in assetto barocco, è diretta dal maestro Diego Fasolis. Nonostante le scelte di tempi serrati, il gusto brillante per i recitativi e per il continuo, l’impressione è quella di una conduzione certo correttissima, affascinante anche nelle asprezze delle sonorità degli strumenti d’epoca, ma priva dell’afflato pirotecnico dell’Orlando. L’aggiunta a ogni inizio d’atto dell’incipit di ciascuna delle Quattro stagioni è scelta direttoriale in linea con le indicazioni registiche.

Nella compagnia di canto si distingue l’Apollo di Véronique Valdés, bravissima nei virtuosismi e dal temperamento aulico degno del personaggio, titolare dell’aria più coinvolgente del dramma “Fidi amanti al vostro amore”. Nel ruolo eponimo c’è Manuela Custer, specialista del repertorio barocco, ancora valida interprete dall’acuto interessante, meno nel grave e nei cambi di registro. Rosa Bove si destreggia abilmente nel non facile ruolo di Filindo. Lucia Cirillo è Elmiro quasi sopranile, migliorabile in certi passaggi d’agilità. Michele Patti è Admeto dal timbro autorevole, ma troppo monocorde nella linea di canto. L’Eudamia di Valeria Girardello, più sirena che pitonessa, vanta autentica voce contratile, dal bel fraseggio e predisposta a crescere con la pratica del repertorio.

Bene il Coro, preparato da Claudio Marino Moretti, seppur si sia notata qualche tensione nei duetti in “Dell’aura a sussurrar”.

Teatro abbastanza pieno alla prima del 23 aprile e applausi calorosi per tutti.

Photo credits Michele Crosera

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