Cultura e spettacolo

Il braccio violento della legge

La genesi del Poliziottesco

Noto come poliziesco all’italiana, poi ribattezzato in Poliziottesco, il sottogenere che vede protagonisti commissari dal pugno di ferro e che ricorrono a metodi poco etici per le proprie indagini, tocca l’apice nel corso dei Settanta. Ad alternarsi sui set diversi, ma caratteristici, volti: Maurizio Merli, Luc Merenda, Henry Silva, Tomas Milian, Enrico Maria Salerno, Luciano Catenacci e molti altri già noti per aver scritto pagine di storia del cinema thriller, d’azione, poliziesco, crime, sceneggiata napoletana, western. Insomma un braccio della legge all’italiana molto distante da quello di Clint Eastwood o Charles Bronson.

Il braccio della legge come un western metropolitano

Di questo si tratta in effetti. Niente più, niente meno. Personaggi duri, aspri, dal grilletto facile, al di fuori della legge, che si muovono, anziché nel vecchio West, in contesti metropolitani moderni e violenti. Se proprio volessimo, per assurdo, ricollegarci a un altro genere, potremmo definire il poliziottesco quale precursore di alcuni titoli cult fantascientifici. Forse il paragone sembrerà azzardato, ma non lo è se si prendono in analisi titoli di molto successivi e che, seppur in altro modo, non fanno che attraverso il protagonista incutere sicurezza nello spettatore in quel far-west che le metropoli sino a fine ’90 rappresentano. Proviamo a pensare a Robocop, ad esempio. Il titolo poliziesco-fantascientifico in realtà riprende in larga parte e rivisita i canoni del poliziottesco. Il protagonista è un poliziotto con un forte senso del dovere, incorruttibile, vendicativo e assetato di giustizia.

Proprio come Silva in Milano Odia: la polizia non può sparare o ancora Merli in Napoli Violenta.

L’eredità di un genere fortunato

Potremmo quindi sostenere a tutti gli effetti che il poliziottesco altro non è che il seguito dell’ormai declinato e fortunato western. Non mancano i duelli, gli inseguimenti, i rapinatori spietati da un lato e il braccio violento della legge dall’altro.

Gli anni Settanta in Italia coincidono con un’escalation di violenza e malavita nelle metropoli (ma non solo) senza precedenti. Nascono quelle che poi diverranno sulle pagine della giudiziaria “Batterie” (ossia gruppi sciolti, non legati alla criminalità organizzata, e dediti principalmente allo spaccio, alle rapine e ai sequestri. Ma ci sono anche le grandi organizzazioni, come Camorra, Mafia, ‘Ndrangheta e Scu a riempire le pagine dei quotidiani, vera e propria fonte d’ispirazione per sceneggiatori e registi che attraverso poche righe di nera sviluppano interi soggetti.

Tratto distintivo del braccio della legge: la violenza

A distinguere il poliziottesco dal noir e dal poliziesco più classico è il forte ricorso alla violenza, con immagini sanguinarie, crude, d’impatto, molto spesso shockanti (come fu per Milano odia: la polizia non può sparare) per le quali prestano le proprie maestrie registi quali Umberto Lenzi, Alfonso Brescia (con le pellicole che vedono giustiziere il mitico Mario Merola), Fernando Di Leo, Sergio e Bruno Corbucci, Enzo G. Castellari, Ercoli, Lizzani e molti altri.

L’iconico sbirro con le palle…di piombo

Se c’è un personaggio grazie al quale il cinema poliziottesco in Italia raggiungerà il culmine questo è il commissario Betti, protagonista della trilogia composta dai titoli Roma violenta (1975), Napoli violenta (1976) e Italia a mano armata (1976). Betti, atletico, con capelli e baffi biondi, occhi azzurri, è interpretato dal celebre e prematuramente scomparso Maurizio Merli (1940-1989). Diverse anche le sue interpretazioni al fianco di un altro protagonista del sottogenere, Tomas Milian. Per tutti, quando si parla di poliziottesco si parla indissolubilmente di Maurizio Merli.

Ascesa e declino

Con il tramonto dei Settanta, anche il poliziottesco declina per far spazio ad altri nuovi generi che si prospettavano potenzialmente interessanti per il pubblico. Tra questi, anche e soprattutto l’horror, che negli anni Ottanta ha conosciuto il suo apice e che non a caso vede molti registi cult di poliziotteschi prestarsi al genere.

Alcuni titoli del nostro braccio violento della legge

Come detto in apertura, le principali metropoli divengono quindi scenari di inseguimenti, sparatorie e truculenti scontri tra polizia e criminali. Tra i titoli assolutamente imperdibili citiamo: Milano odia: la polizia non può sparare, Roma violenta, Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, La polizia incrimina la legge assolve, Il cinico, l’infame, il violento, Il commissario di ferro, Napoli si ribella, Genova a mano armata.

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