Cultura e spettacolo

Il Grande Torino. La leggenda

C’è il calcio e c’è la leggenda. Il Grande Torino appartiene alla leggenda e non soltanto perché è sparito in una sera di nebbia nell’aereo schiantatosi contro la collina. Ma anche perché il suo era un calcio da leggenda, quando la guerra era appena finita e un gol, a volte la felicità di una rete, bastava per ridare agli italiani l’euforia del futuro. E perché nessuno ha mai messo in dubbio che quella squadra fosse la sola che meritasse di essere sempre nominata con davanti l’aggettivo “Grande”. Nessuno più l’avrebbe avuto. Per molti anni le raccolte di figurine dei calciatori aprivano o chiudevano con i giocatori del “Grande Torino” e la formazione veniva recitata come una poesia di quelle che si studiavano alle elementari. C’era “Che dice la pioggerellina/ di marzo, che picchia argentina/ sui tegoli vecchi…”; e c’era l’altra poesia, “Bacigalupo, Ballarin, Maroso…”.

La fine del grande Torino

Era la notte del 4 maggio 1949 e, per la prima volta dalla fine della guerra, gli italiani piansero insieme i loro morti. Il Grande Torino era di tutti, adulti e bambini, non contava la fede politica, non c’erano divisioni nemmeno in quell’Italia che nella sbornia di libertà ritrovata  contrapponeva  uomini e passioni. C’erano Bartali e Coppi, De Gasperi e Togliatti, Milan e Inter, ma c’era solo il Grande Torino. E’ anche per questo che  è entrato nella leggenda.

Un pianto per la leggenda

Quella notte piansero tutti, dopo che la radio aveva dato la notizia della tragedia di Superga. Tanti, che allora erano ragazzini malati di pallone, hanno raccontato come corsero fuori di casa per trovare i compagni e indossare le maglie di lana che erano del colore della loro squadra. Sono anche queste cose che fanno la leggenda. Il Torino era allora la squadra più forte d’Europa. L’aereo che la riportava dal Portogallo, la sera si disintegrò  nell’urto contro la collina di Superga. La nebbia  avvolgeva le alture attorno a Torino, il Po straripava come non accadeva da tanto tempo. Il pilota del trimotore Fiat G212 delle Avio Linee Italiane si preparò all’atterraggio in orizzontale,  invece si schiantò contro il muro di roccia. Credeva  di avere la collina sulla destra, invece l’aveva di fronte. A  bordo c’erano 31 passeggeri, l’intera squadra con dirigenti e tecnici, tre giornalisti e gli uomini dell’equipaggio. Tutti morti.

Pozzo e il Torino

I resti si sparsero sulla collina, ci vollero molte ore e luci fortissime per recuperare e  ricomporre le salme. Per l’identificazione chiamarono l’ex commissario tecnico della Nazionale due volte campione del mondo. Vittorio Pozzo li conosceva uno per uno, una volta aveva messo in campo una formazione azzurra fatta d undici giocatori del Torino, l’undicesimo era assente per infortunio, così in porta giocò lo juventino Sentimenti IV.  Tutto ciò che è rimasto è conservato al museo del Grande Torino a Gugliasco. Un’elica, uno pneumatico, e le valigie di Mazzola, Maroso e del tecnico Erbstein.

I funerali dei campioni

Un milione di persone invase Torino il 6 maggio, per i funerali. Su ogni bara era deposto un ritratto in maglia granata, con lo scudetto tricolore.  Il Torino in quel momento era primo in classifica, con cinque punti di vantaggio. Rimanevano quattro partite, la società granata schierò la formazione giovanile e le altre squadre fecero lo stesso. Fu proclamato campione d’Italia per la quinta volta di fila.

La storia del Grande Torino

La squadra era stata creata in pochi anni dal presidente Ferruccio Novo, seguendo i consigli di Pozzo. Aveva speso tanto andando a pescare ovunque si mostrasse un talento. Dal Varese un giovanissimo Franco Ossola, dalla Fiorentina Romeo Menti, dalla Juventus Guglielmo Gabetto, dalla Triestina Giuseppe Grezar. Aveva chiamato ad allenare in incognito Ernest Erbstein che era  ebreo e per le leggi razziali non poteva lavorare. Dal Venezia nel 1942, spendendo oltre un milione di lire, aveva preso Valentino Mazzola e Ezio Loik.  Nessuno era andato in guerra. La Fiat di Agnelli aveva assunto giocatori bianconeri e granata come indispensabili alla produzione.

La rivoluzione del Grande Torino

Alla fine del conflitto il Torino mostra un gioco completamente nuovo. Non più il “metodo” col quale Pozzo aveva vinto tutto, ma il “sistema” che viene dall’Inghilterra. Marcature a uomo, un mediano che arretra fino a fare lo stopper,  centrocampisti che funzionano da elastico e ali al servizio del centravanti. Il Torino ha già la formazione che lo rende imbattibile. Bacigalupo tra i pali; Aldo Ballarin e Virgilio Maroso terzini; Mario Rigamonti, Eusebio Castigliano e Giuseppe Grezar sulla linea mediana; Romeo Menti, Ezio Loik, Guglielmo Gabetto, Valentino Mazzola e Franco Ossola nella prima linea. Di rinforzo Ruggero Grava. Uno scudetto dietro l’altro, un attacco da 104 gol, una media di tre a partita, e Mazzola è capocannoniere con 29 reti.

Il campionato più lungo

Anche il campionato del 1948, il più lungo della storia perché si gioca a 21 squadra per far posto alla Triestina, è dominato dal Torino. La squadra trova il tempo anche per una tournée in Sud America che lascia il segno nella tifoseria carioca, tanto che anni dopo Josè Altafini sarà ribattezzato “Mazzola”. E per il  viaggio a Lisbona per onorare Francisco Chico Ferreira, amico di Mazzola. Partono: Bacigalupo, Ballarin e il fratello Dino portiere di riserva, l’attaccante  Milo Bongiorno, Castigliano, il centrocampista Rubens Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, l’attaccante Danilo Martelli, Mazzola, Menti, il difensore Pierino Oporto, la mezzala Julius Shubert, Ossola e Rigamonti. Il più grande è Gabetto, 33 anni, il più giovane Fadini, 21 anni. Ci sono anche tre giornalisti: Renato Casalbore, fondatore di “Tuttosport”. Renato Tosatti inviato della “Gazzetta del Popolo”. Luigi Cavallero, inviato de “La Stampa”.   Rinuncia all’ultimo momento Nicolò Carosio, il più famoso radiocronista, perché impegnato con la Cresima del figlio.

Il Grande Torino nato a Nordest

Buona parte di quel Torino veniva dal Nordest: erano di Chioggia i fratelli Aldo e Sergio Ballarin; di Claut il friulano Ruggero Grava; Grezar era triestino, Ezio Loik di Fiume. Maroso e Menti  vicentini. Il capitano Valentino Mazzola si era affermato giocando nel Venezia che aveva sfiorato lo scudetto e vinto la Coppa Italia.

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