Cultura e spettacolo

Messa da Requiem alla Fenice

Dopo Aquagranda che inaugurò la stagione lirica del Teatro La Fenice nel 2016 portando sul palco l’angoscioso ricordo dell’alluvione del 1966, l’apertura della stagione sinfonica celebra quest’anno il centenario della fine della Grande Guerra. Il 3 e 4 novembre infatti il maestro Myung-Whun Chung dirige Orchestra e Coro nella Messa da Requiem di Verdi. Tale titolo mancava dal maggio 2004, quando Daniela Dessì lo cantò diretta da Marcello Viotti al Palafenice, una serata emozionante ancora viva nei nostri ricordi.

La partitura è una pietra miliare nella produzione del compositore di cui conosciamo ampiamente il problematico approccio con la fede. Si fatica infatti a percepire quella trascendenza che la tradizione musicale precedente aveva riversato ad esempio nei capolavori di Mozart, Cherubini, Berlioz. Se da esse traspare una certa speranza verso la clemenza del Padre celeste, qui, come scrive bene Enrico Girardi, sembra palese l’assenza di qualsiasi speranza nella misericordia divina. C’è invece un evidente rifarsi al linguaggio di una vita, quello dell’opera, con ampie e complesse pagine solistiche affidate ai cantanti.

Una faticosa ricerca

Myung-Whun Chung ha un’idea precisa per strumentisti e cantanti: fate non bene, benissimo! Il suo è un parlare pulito, limpido, capace di adottare dinamiche mahleriane per stemperare la profonda impronta melodrammatica, alla ricerca di altro oltre il dicibile. Chung è alla ricerca del bene perduto, fatto di piccoli dettagli, di sfumature, ma non lo troverà né tra gli orchestrali né tra i solisti. Seppur l’orchestra conosca da tempo il maestro, questa volta l’impressione è che non riesca a condividerne il linguaggio. Certo, c’è la sintonia tra le sezioni, tutti stanno compatti nei ranghi, eppure sembra una prova e non il risultato di giorni e giorni di estenuanti ripetizioni per raggiungere la perfezione. Chi se la cava meglio, sgravandosi di qualche imprecisione, è il coro preparato da Claudio Marino Moretti, già impegnato sul pezzo qualche mese fa a Berlino.

Alex Esposito è l’unico interprete in grado di scovare in parte quel bene perduto di cui sopra. Basso baritono eccezionale nei ruoli buffi, conferisce al Requiem sfumature sulfuree da Mefistofele travestito. La voce, omogenea e sincera, non sarà prettamente adatta al repertorio sacro, ma almeno non soffre di cali d’intonazione e forzature d’emissione. Antonio Poli possiede timbro interessante, ma fatica a trovare una comfort zone nella partitura verdiana. Dimostra comunque impegno nel modulare al meglio lo strumento che rimane però intaccato da problemi di proiezione e fraseggio.

Veronica Simeoni figura come mezzosoprano, seppur nella voce cerchi di farsi strada la più autentica natura sopranile, dissidio confermato da un registro grave lacunoso e opacità degli acuti. Il soprano Maria Agresta adotta una linea di canto di difficile definizione. Qui e lì ci sono buone intuizioni espressive, ma la voce è disomogenea, non sempre in volume e soggetta a cali d’intonazione.

Teatro al completo, lunghissimi applausi e consensi per tutti alla pomeridiana del 4 novembre.

Luca Benvenuti

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