Cultura e spettacolo

“Normalità”. Cultura e fase 2

Purtroppo non basta dire di voler riaprire per poter riaprire. Come ci torneranno, le persone, alla normalità? A viaggiare e a spostarsi? Come sarà tornare sui mezzi ed in luoghi a stretto contatto dopo mesi di fuga e isolamento? E in tutto questo, i flussi di visita (i pubblici della cultura o i turisti) si approcceranno allo stesso modo agli spazi urbani? O a musei e teatri, o al cinema? Probabilmente no. O non completamente. Non sarà un ritorno alla normalità facile. Difficilmente lo faranno seguendo i “vecchi” schemi, soprattutto per quel che riguarda l’accesso alle entità culturali (oggi stravolto). Piuttosto è probabile che le persone ne “normalizzeranno” di nuovi in risposta e adattamento ad una situazione ambientale percepita comunque potenzialmente ancora pericolosa.

L’orizzonte è incerto ed il post pandemia resta una incognita ancora tutta da interpretare. La necessità di garantire certezze e “percezione di sicurezza” allora non è solo un affare delicato, è una questione fondamentale, soprattutto oggi che timidamente ci stiamo riaffacciando al mondo. Alcuni fattori ambientali, quindi, svolgeranno un ruolo più importante di altri nel far sentire di nuovo a proprio agio le persone al momento di tornare nuovamente ad approcciarsi ai luoghi della cultura. Uno su tutti: la percezione di sicurezza. 

Normalità?

Quindi prima ancora di parlare di riaperture, forse, servirebbe parlare delle necessità e delle possibilità di poter riaprire. È molto probabile che le persone si sentiranno più inclini a visitare spazi aperti, o città e aree meno note, quindi meno soggette alla congestione; o alcune imprese culturali più di altre. Quindi diventa fondamentale capire come le potenziali apprensioni che circondano le esperienze di visita, soprattutto quelle “indoor”, influenzeranno la domanda. Ad esempio, probabilmente la richiesta culturale sarà ridistribuita lontano da istituti percepiti “a rischio” di maggiore diffusione del virus: come ad esempio quei luoghi chiusi che coinvolgono molte persone in spazi ristretti e a contatto (situazione tipica delle arti dello spettacolo e teatrali). Stando a questo allora è probabile che la domanda iniziale favorirà quelle entità che consentono una maggiore libertà di movimento ed in spazi all’esterno (aree archeologiche? Anfiteatri all’aperto? Rassegne e spettacoli teatrali “in piazza”?).

Normalità e nuovi bisogni 

Inoltre questo nuovo contesto percettivo creerà nuovi bisogni anche extra-culturali: la conoscenza delle procedure di sanificazione e di che tipo, o la presenza e disponibilità di presidi personali di protezione -gel, guanti e mascherine su tutti- diventeranno richieste ordinarie (almeno per un po’) e con queste anche la necessità di modificare le esperienze cui esse sono legate. Servirà allora curare non solo gli aspetti culturali in se ma anche quelli percettivi, di sicurezza, di comunicazione e informazione, misurando i livelli di comfort in essa percepiti e non solo quelli di gradimento. Occorrerà rivedere alcuni contenuti, imparare anche un vocabolario nuovo, sanitario, e servirà creare una comunicazione integrata in tal senso in un processo che, almeno all’inizio, sarà dirimente nelle scelte di partecipazione dei pubblici.

L’attenzione nella scelta non riguarderà più solo “il cosa”, l’oggetto culturale o turistico, ma anche “il come” entrarvi in contatto. Allora servirà particolare attenzione a individuare specifiche attuabili e sostenibili, norme e regole adatte alle condizioni specifiche dei diversi “luoghi”. Non basterà riproporre decaloghi “didattici” o informative generiche come si trattasse di un qualunque altro luogo di lavoro o azienda. Il contesto emotivo sarà cruciale. Bisognerà rassicurare gli ospiti prima di informarli, e solo poi provare a convincerli. Il rischio di non considerare queste variabili sarà non solo creare potenziali barriere di “separazione”, ma conseguentemente lasciare libera una oscillazione pericolosa nella platea che potrebbe favorire differenze tra istituti e mete.

Aperture e normalità. Ma a quali condizioni?

Allora aprire in queste condizioni, oggi o domani, potrebbe avere risvolti imprevedibili, anche dal punto di vista economico. La risposta all’offerta potrebbe non stare in piedi, essendo gran parte delle spese certe (con la perdita dei benefici di sostegno oggi previsti) di contro un rientro del tutto ipotetico se non addirittura “simbolico” (per i libri ad esempio va anche considerato che già in tempi normali i lettori latitavano). Insomma, non basterà riattivare meccanicamente un’offerta azzoppata per stimolare automaticamente la domanda.

Voler colmare rapidamente il vuoto monetario attraverso eventi di larga portata, ad esempio, senza considerare quanto sia effettivamente fattibile, anche considerando il contesto internazionale, o senza aver certezze su quanti vorranno tornare a partecipare ad eventi con molte persone in queste condizioni. O ancora, senza sapere quante persone potranno farlo con le condizioni/restrizioni attuali, significa spingere ad azioni frettolose e scomposte, col rischio di creare forti squilibri tra gli altissimi costi di gestione e il ridotto numero di accessi, quindi acuendo (se possibile) le conseguenze del covid-19.

Le proposte

Ma anche creando ulteriori divari tra complessi grandi e piccoli, o tra quelli aperti e quelli semi aperti. Tutti indistintamente legati ad un unico bacino potenziale composto da flussi “interni” e pochi rientri effettivi. E tutto questo, ovviamente, di riflesso vale anche per il turismo. Piazze deserte, spiagge vuote, montagne silenziose ci hanno ricordato come questa “parentesi” possa essere l’opportunità di ripensare il turismo che vorremo.

Crearne uno nuovo, dal valore aggiunto e non più take away, consapevole e di qualità, che ricerchi “nell’esperienza culturale” la propria nuova raison d’etre. Perché può essere balneare, montano, enogastronomico, religioso, termale, slow, cicloturismo, green, ma in Italia nessuno di questi turismi “vale” quanto quello culturale. Oggi serve il coraggio di capire cosa fare, non (solo) cosa ci piacerebbe fare… Il rischio è una debacle (sociale ed anche economica).

Massimiliano Zane

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