Cultura e spettacolo

Otello alla Fenice

Otello torna in scena al Teatro La Fenice di Venezia dal 22 marzo al 7 aprile, dopo sette anni dalla prima dell’allestimento Micheli-Sanchi-Aymonino e sei dalla ripresa a Palazzo Ducale. Verdi rompe con Otello il silenzio iniziato dopo Aida e smette quasi completamente la forma chiusa per ripiegare su un flusso musicale d’ispirazione wagneriana. C’è un continuo movimento nell’orchestra, tutto è in trasformazione, seppur rimanga traccia del vecchio modus operandi nelle arie chiuse e nei concertati.

Per aspera ad astra

Fondazione Teatro La Fenice GIUSEPPE VERDI, OTELLO Direttore: Myung-Whun Chung Regia: Francesco Micheli Scene: Edoardo Sanchi Photo ©Michele Crosera

La regia di Micheli passa dalle suggestioni hollywoodiane del primo atto, dove l’esterno del castello diventa una goliardica camerata da U.S. Navy, a tinte più popolaresche nel secondo atto, per riservare toni più cupi all’inevitabile epilogo. Otello corre veloce verso l’abyme, attanagliato dal dubbio che Micheli rappresenta come scheletri-mimi. In tempi in cui la civiltà del brutto e della morte ha preso il sopravvento nella società, rivisitare un omicidio-suicidio è lungimirante. Ben venga Desdemona rediviva che porge il pugnale a Otello per averlo con sé nell’aldilà e assurgere entrambi a chiare stelle. Ben venga lo struggente abbraccio, che i costumi a negativo dei due protagonisti disegnati da Silvia Aymonino rendono così simile all’Erfüllung klimtiano. Quasi a chiederci se c’è vita, redenzione ed eternità dopo la morte.

Le scene di Edoardo Sanchi uniscono abbozzate atmosfere mediterranee a suggestioni astronomiche. Otello parla di navi, marinai e capitani. Le mappe stellari erano strumenti fondamentali per i navigatori ed era credenza comune che le costellazioni influenzassero le scelte dell’uomo e qui LeoVenusCepheus prendono il sopravvento sui destini. Da questo cosmo ideale esce un cubo rotante, dorato all’interno, al contempo cappella mariana, sala del castello e stanza da letto di Desdemona. E’ un espediente, quello delle architetture cave che nascondono qualcosa, caro a Micheli, poiché le avevamo già visto nel secondo e terzo quadro della sua Bohème e nel Roméo di Gounod. Giochi di cromie differenti, tra blu, bianco, rosso e oro, rendono siderale e astratta la vicenda.

Un Moro difficile

Fondazione Teatro La Fenice GIUSEPPE VERDI, OTELLO Direttore: Myung-Whun Chung Regia: Francesco Micheli Scene: Edoardo Sanchi Photo ©Michele Crosera

Il Moro di Marco Berti è discontinuo, afflitto da cali d’intonazione, sempre inopportunamente ferino, dal fraseggio verista fuori luogo. Dove sono le sfumature, il chiaroscuro che rende Otello amante e odiante allo stesso tempo? Non c’è alcuna differenza con ilManrico all’Arena di Verona di qualche anno fa, eppure i personaggi sono antipodi. Eppure viene applaudito dal pubblico pagante a cui ormai basta sentir urlare degli acuti per pensare che sia giusto cantare così. Carmela Remigio, più volte apprezzata a Venezia come interprete mozartiana, si riprende dopo un inizio incerto, delineando una Desdemona sempre più esterrefatta, capace di dimostrare grande dignità e veramente tormentata dall’amore malato del compagno. Suo è il quarto atto, giocato su dinamiche corrette.

Dalibor Jenis è Jago poco centrato, musicalmente e scenicamente, lacunoso nello spessore del ruolo. Completano il cast Elisabetta Martorana come Emilia, Matteo Mezzaro nel ruolo di Cassio, Mattia Denti è Lodovico, Matteo Ferrara nella parte di Montano, Nicola Nalesso in quella dell’araldo. Antonello Ceron è Roderigo perfettibile.

Il maestro Myung-Whun Chung supera il sublime: dirige l’orchestra con un’intensità e una maestria introvabili, degne del Verdi in questione. Travolgente nell’attacco iniziale, dolce e sognante quando serve, conferisce colori assai suggestivi, pur non riuscendo a evitare qualche discrepanza tra buca e palco.

Il Coro, preparato dal maestro Claudio Marino Moretti, è lanciato verso l’empireo, ispirato e affiatatissimo. Puntuali i Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio.

Consensi e applausi proprio per tutti alla recita del 26 marzo.

Luca Benvenuti – crediti Michele Crosera

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