Cultura e spettacolo

Spagnola e la paura di 100 anni fa

Cento anni  fa c’era la “Spagnola”, una pandemia sotto molti aspetti simile al coronavirus che sta bloccando oggi il mondo, capace di scatenare la stessa paura, le stesse reazioni, di sconvolgere le poche certezze di un’umanità che pensava di avere appena archiviato la più grande tragedia della storia costata 16 milioni di morti e venti milioni di feriti e mutilati.

L’influenza Spagnola

Certo, tra la Grande Guerra e oggi c’è di mezzo un secolo, con tutte le scoperte della medicina fatte nel frattempo; ci sono le novità della tecnologia, le comodità di un mondo più popolato e più guardingo. Ma davanti all’orrore sconosciuto spesso il tempo è come se non fosse passato. La “Spagnola” infettò mezzo miliardo di persone nel mondo, provocò almeno 50 milioni di morti, oltre il 3% della popolazione mondiale, molte più vittime di quelle che aveva fatto il primo conflitto mondiale. Fu la prima pandemia della storia, capace di fare più vittime della terribile peste nera del XIV secolo. Ridusse le aspettative di vita all’inizio del Novecento, anche di 12 anni! Uccise gente di ogni età, indifferentemente giovani o vecchi, prevalentemente adulti che in precedenza erano sani. 

Cos’era la Spagnola

Si trattava di un virus aggressivo e rapido. Provocava un’insufficienza respiratoria progressiva e la morte sopraggiungeva per reazione eccessiva del sistema sanitario: la forte reazione immunitaria in un adulto giovane devastava il corpo. Ricerche più recenti hanno accertato che l’infezione virale non era più aggressiva di altre precedenti, ma erano eccezionali le condizioni in cui si diffondeva: malnutrizione, ospedali superaffollati, scarsa igiene, la guerra che stava finendo, i prigionieri che tornavano. Tutto contribuiva alla superinfezione batterica che uccideva la maggior parte della gente dopo un periodo prolungato di degenza. In Europa il diffondersi della pandemia fu favorito dal tipo di guerra, una guerra di posizione con milioni di soldati ammassati nelle trincee uno sull’altro, spesso accanto a cadaveri di militari, a corpi in decomposizione. L’odore della morte era tale in trincea da provocare casi di follia, da spingere qualcuno a uscire dal rifugio esponendosi alle pallottole nemiche.

Da dove è nata

Il nome “Spagnola” non tragga in inganno, dipende soltanto dal fatto che i primi a parlarne furono i giornali spagnoli per il semplice fatto che la Spagna non era coinvolta nella guerra, era tra le poche nazioni rimaste neutrali. Altrove l’informazione era soggetta a censura stretta, le notizie erano controllate dai governi e, soprattutto, dagli alti comandi. Di certe notizie era proibito parlare. Così una malattia nata negli Stati Uniti d’America prese il nome di spagnola anche perché uno dei primi personaggi importanti colpiti era stato il re spagnolo Alfonso XIII che comunque superò la malattia e morirà nel 1941 a Roma dove sarà sepolto, la Spagna di Franco ordinò tre giorni di lutto nazionale. C’era un’altra guerra mondiale. Il re era stato deposto prima che la Spagna precipitasse nella sanguinosa guerra civile.

Torniamo alla pandemia: l’origine va cercata nel Kansas, nei campi militari di Fort Riley allestiti per addestrare i soldati Usa in Europa a dare una mano a inglesi, francesi e italiani. La prima vittima ufficiale è un cuoco, ma in pochi giorni nel campo si contano 522 malati;  mancano le misure preventive e il virus raggiunge in fretta i vicini centri abitati. Negli Usa, poi, diranno che a portare il virus sarebbero stati degli abitanti provenienti dalla Cina. Nel 2014 uno storico canadese sosterrà che quasi centomila lavoratori cinesi erano stati mobilitati per servizi dietro le linee britanniche e francesi sul fronte occidentale. La storia si ripete sempre, spesso senza vergogna.

Come compare la Spagnola in Europa

Alla fine del 1917 il virus fa la sua comparsa in Francia, dove i patologi militari segnalano una nuova malattia caratterizzata da alta mortalità: il centro è l’ospedale di Etaples affollato in quei mesi dalle vittime degli attacchi chimici e dagli atri feriti di guerra. Ogni giorno nell’ospedale transitano 100.000 soldati. Questo ne fa il luogo ideale per la diffusione di un virus respiratorio portato dai soldati alleati e dai marinai. Etaples è nel Nord della Francia, più su di Calais. Gli alloggi sovraffollati, i massicci movimenti di truppe quotidiani e frequenti affrettano la pandemia. Forse il sistema immunitario dei soldati è fortemente indebolito dalla malnutrizione, dalla vita di trincea, dallo stress da combattimento, dalla paura di attacchi chimici.

Sorprende questa malattia respiratoria con un decorso particolarmente aggressivo. I pazienti colpiti, per lo più giovani soldati, al mattino erano sani e alla sera erano privi di sensi a letto, con le labbra blu per la mancanza di ossigeno. Nei casi più gravi i sintomi della malattia comprendono febbre alta, tosse, emorragie da naso e bocca, dolore agli occhi, naso e testa, senso di vertigine, polmoniti e pleuriti secondarie. I pazienti spesso muoiono soffocati. In attesa di capire di cosa si tratti, i medici parlano di “bronchite purulenta”, poiché durante l’autopsia i bronchi dei pazienti risultano impregnati di liquido infetto. I rapporti dei medici sono allarmanti, ma gli alti comandi restano sordi. Le grandi offensive che costano centinaia di migliaia di morti attirano tutta la loro attenzione.

Inoltre, è impossibile fare opera di prevenzione con un esercito che deve essere rinfoltito costantemente e con arrivo di nuovi arruolati. Poi c’è anche una certa approssimazione nel combattere la malattia, nel distinguerla con precisione. Al fronte ogni giorno i morti di malattia sono più di quelli in battaglia. Si muore continuamente di tifo, di colera, anche di sifilide. All’inizio per i sintomi talmente inusuali viene scambiata per dengue, che è una malattia infettiva tropicale, e  per colera, per tifo. Non esistono, comunque, rimedi farmacologici.

Da bronchite a pandemia europea

Così quella che viene spacciata per “bronchite purulenta” fa in fretta a raggiungere i campi di battaglia di tutto il mondo. Da Étaples la pandemia si estende al  resto della Francia, poi si estende in fretta all’esercito tedesco, dall’altro lato del fronte, e arriva nel Regno Unito, oltre il canale della Manica. Soprattutto nella pianura di Salisbury, sul fiume Avon, dove sono ammassate le truppe neozelandesi e australiane e dove si allestiscono cimiteri speciali per le vittime. In non molti giorni raggiunge anche l’Italia, la Russia, l’India e l’Africa.

La prima comparsa in Italia è nel Veneto, a Sossano, nel Vicentino,  nel settembre 1918. Pochi mesi prima della fine della guerra. Il capitano medico dirigente del Servizio Sanitario del secondo gruppo reparti d’assalto invita il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo. Scatta l’allarme, ma si capisce in ritardo che si tratta della “Spagnola”. L’ufficiale medico segnala i sintomi. Febbre alta, polso debole, dolore agli occhi e alla testa, vertigine. La prima precauzione è ordinare immediatamente la quarantena.

Ma la notizia non deve circolare per non creare allarmismo e disfattismo nella popolazione. Il Governo vieta di suonare le campane per i funerali che si svolgono di notte, quasi di nascosto. Nel cimitero è il caos. E c’è chi consiglia come cura il tabacco da fiuto, chi impacchi di aceto bollente o il latte bollente. Si adottano maschere per coprire naso e bocca. I municipi consigliano di non prestare libri, di non andare dal barbiere, di evitare la stretta di mano. Negli Usa sono state vietate le adunanze pubbliche, chiusi teatri, ristoranti, bar. Gli abitanti sono stati invitati a usare maschere, a curare l’igiene. Chi starnutisce in pubblico è multato di 20 dollari.

La seconda ondata e la mutazione

La seconda ondata della pandemia è ancora più terribile e letale, arriva quando la guerra è appena finita, si prolunga fino al 1920. Colpisce zone anche non toccate dalla guerra: milioni di vittime in India, centinaia di migliaia in Giappone, impatto enorme in Iran dove si parla di oltre un milione di morti; negli Usa oltre 600 mila, in Canada mezzo milione, in Brasile 300 mila. I morti sono oltre il 10% dei colpiti. I contagiati mezzo miliardo, un terzo della popolazione mondiale. La media di età dei morti americani è tra i 20 e 40 anni, pare che in Europa gli anziani abbiano beneficiato di una parziale protezione ereditata dall’esposizione alla pandemia influenzale del 1890 chiamata “influenza russa”.

Il virus è mutato in peggio. Ma una volta passato non rimane traccia della virulenza. La mortalità è più alta dove c’è scarsezza di viveri, di medicinali. E nei paesi toccati dalla guerra c’è tutto questo. Quanto a fame e sporcizia l’Italia non è seconda a nessuno. Si vive anche in venti in uno stanzone. L’indice di mortalità tra i profughi, che sono milioni, è superiore a quello del resto della popolazione.

In Italia si parla di un milione di morti, quelli della guerra erano stati 700 mila. Milano è la città più colpita: a fine 1918 in venti settimane si erano registrate oltre 5500 vittime. Gli effetti sono devastanti in Lazio, Puglia, Sicilia. Il contagio è da strage: solo in ottobre 240 mila morti, a novembre 120 mila. Non ci sono medici, il regime alimentare specie al Sud è poverissimo di vitamine, i bambini sono denutriti. Il governo garantisce la distribuzione gratuita dei medicinali, ma fa calare il silenzio per non turbare il fronte interno e non diffondere allarmismo. I corpi sono sepolti in fosse scavate con macchine a vapore, senza bare.

Spagnola e informazione

Dalla cronaca di Venezia del Gazzettino 2 novembre 1918: “La bambina Jolanda Brunato, di anni tre, da qualche giorno era ammalata di febbre nella sua abitazione. La portavano in ospedale, niente da fare. La madre angosciata, se la stringe al seno chiamandola ripetutamente, ma invano”. E’ la “Spagnola”, ma ancora non se ne deve parlare. Del resto, basta leggere ancora il Gazzettino, di fine ottobre del 1918: “La febbre spagnola. Vogliamo parlarne, di questa forma nuovissima di malattia piovuta anche in Italia da non si sa dove? Ma parlarne, intendiamoci, non per allarmare né illudere”. Questa volta si fa il nome della “Spagnola”, ma giusto per non parlarne.

Spagnola e dimenticanza

La gente è costretta a dimenticare in fretta i morti di “Spagnola”, deve ricordare solo la “bella morte” in guerra. Tra un anno i resti del Milite Ignoto viaggeranno in treno per tutta Italia per essere sepolti a Roma nell’Altare della Patria.

Non l’ultima epidemia

Non sarà l’ultima pandemia. Sul finire degli Anni Cinquanta nel mondo ci sono stati milioni di morti a causa dell’influenza “Asiatica”, ancora un virus che confonde, che aggredisce i polmoni e fa morire soffocati. Si troverà il vaccino contenendo l’epidemia.

Edoardo Pittalis

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