Cultura e spettacolo

SUSPIRIA – la recensione al film rivisitazione di Luca Guadagnino

Oltre quattro decadi separano un classico del brivido di casa nostra quale Suspiria, film che ha fortemente segnato la filmografia, oltre che dell’indiscusso maestro del terrore Dario Argento, di genere a livello mondiale, dalla recente rivisitazione firmata Luca Guadagnino. Impresa coraggiosa, non solo per la scelta di accostarsi a un cult indiscusso ed acclamato in ogni dove quanto per cercarne una nuova formula magica che possa, pari modo, incantare gli spettatori, questa volta non alle prese con la fotografia di Luciano Tovoli, le musiche dei Goblin e la regia dell’autore di cult immortali quali Profondo Rosso o la “trilogia degli animali”.

No, questa volta si è dinnanzi a un’opera diversa. Tralasciando l’omonimia, dimenticate la fiaba nera di matrice argentiana, che vedeva anche l’ex moglie del regista, Daria Nicolodi, cultrice di tematiche esoteriche e occulte impegnata nella stesura del soggetto, e immergetevi in una Berlino (non più Friburgo quindi) segnata dal terrorismo rosso e dalla Guerra e nella quale, a due passi dal Muro, si erge l’edificio che ospita le allieve dell’accademia di danza diretta da Madame Blanc (Tilda Swinton), tra cui Susie (Dakota Johnson).

Ma se nell’originale le ballerine dimostravano, per tener fede alle prime intenzioni del regista (che voleva far recitare delle minorenni), atteggiamenti infantili e si muovevano tra le mura della scuola come fossero delle bambine, a tal punto da realizzare scenografie dalle dimensioni non reali (porte altissime, maniglie raggiungibili a fatica…), quelle di Guadagnino si presentano adulte e mature. Le insegnanti non si limitano ai trattati di magia e ai rituali, ma commentano le azioni della banda Baader-Meinhof; il regista e Kajganich non lasciano quindi lo scenario socio-politico fuori, ma lo portano sin dentro la scuola.

La tensione dovuta ai conflitti si alterna a quella delle ripugnanti e frenetiche sequenze che hanno diviso critica e pubblico alla Mostra di Venezia 2018, accelerando di colpo un girato di oltre due ore dal ritmo lento e che mira, forse troppo, a risultare preciso nei dettagli e nello sviluppo dei personaggi, quasi tutti, come nell’originale, femminili. Le evocative musiche di Thom Yorke dei Radiohead, seppur si adattano bene alla narrazione, non resteranno certamente nella storia del cinema come quelle del gruppo capitanato da Simonetti, che dichiara: «La produzione del film di Guadagnino non ha voluto che fossimo noi ad occuparci delle musiche, ma ha voluto fortemente poter acquisire i diritti del motivo principale di Suspiria».

Insomma, Guadagnino, che di fatto non è un regista di genere, non gira un horror. Tenta, perché poi i risultati al botteghino confermano la diffidenza del pubblico e soprattutto dei fan del brivido (712 mila euro gli incassi nelle sale italiane nella prima settimana), attraverso un horror di trasmettere la paura generata dal conflitto. E una lode all’intenzione nessuno la nega. In conclusione, un bel film, se solo avesse un altro titolo. «Mi limito a dire che la reputo una manovra prettamente commerciale», dichiara Argento, contrario ai rifacimenti dei suoi film, in merito al (non) remake in questi giorni in sala. E che forse neppure tanto commerciale sembra essere.

Nico Parente

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