Economia e Politica

Come Draghi ha normalizzato l’eredità economica sovranista

Bisogna entrare dentro i contenuti della manovra per capire come Mario Draghi ha normalizzato l’eredità economica sovranista che si è ritrovato a dover gestire con la Lega e i 5 stelle dentro al suo governo. L’eredità è la manovra del 2018, quella di quota 100 per le pensioni e del reddito di cittadinanza. La prima misura, voluta da Matteo Salvini, è stata cestinata, ma il nuovo assetto delle pensioni non ha generato una rottura con la Lega, mentre il reddito di cittadinanza è stato rifinanziato e per i grillini in caduta libera è stato un mezzo miracolo, al netto del fatto che la stretta comunque cambierà il loro reddito di cittadinanza. L’esito della partita politica dice che il premier ha usato il bilancino, ma la tara di questa operazione dice soprattutto che la modalità del dare un po’ all’uno e un po’ all’altro supera la logica delle bandierine. Innanzitutto perché le sterilizza, le spoglia cioè del loro carattere più compromettente. Ma soprattutto le rende digeribili in nome di un disegno che guarda sempre alla tenuta dei conti e all’Europa, ma anche alla necessità che le misure servano davvero al Paese. 

Veniamo ai contenuti

Quota 100 terminerà tra due mesi e quindi non sarà più possibile andare in pensione in anticipo con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Lo schema leghista aveva aperto una mega finestra di flessibilità sull’impianto della riforma Fornero che invece spinge in direzione opposta con il requisito dei 67 anni di età per maturare la pensione di vecchiaia. Il prossimo anno al posto di quota 100 ci sarà quota 102: è sempre un’eccezione all’impianto costruito dal governo Monti nel 2011, ma la finestra sarà aperta solo per il 2022. Soprattutto è più piccola di quota 100: intanto per andare in pensione prima bisognerà avere 64 anni e non 62 (con l’eccezione dei lavoratori delle piccole e medie imprese in crisi) e 64 è più vicino ai 67 anni della Fornero. Si spenderanno molto meno soldi, riattivando il processo di riduzione della spesa che proprio la riforma di dieci anni fa aveva attivato e che quota 100 ha mandato in cortocircuito con un esborso di 18,8 miliardi fino al 2030 (quota 100 scompare, ma chi è già un quotista no). Il disegno complessivo guarda a quello che Draghi chiama il ritorno alla normalità dove normalità è la Fornero. Condivisibile o meno, è quella normalità che punta sulla riduzione della spesa e sulla possibilità di utilizzare i risparmi per altre spese, magari per le misure sul lavoro e sulle pensioni a favore dei giovani. 

Quota 102

Anche quota 102 solo per un anno guarda a un’esigenza per il Paese e cioè non far sbattere i lavoratori contro lo scalino che si determinerà a gennaio: alcuni non potranno andare in pensione con quota 100 e dovranno aspettare, fino anche cinque anni, per accedere alla Fornero. Anche i tecnici sbagliano e la vicenda degli esodati ha messo ben in luce il disagio di migliaia di persone: gli “scalonati” senza una via d’uscita riaprirebbero una frattura che entra dentro le vite lavorative. Per il 2023 la casella della manovra è lasciata in bianco: per la Lega e per i sindacati una non scelta è una scelta a loro favore nel senso che i giochi restano aperti e non vengono invece chiusi come ipotizzato una settimana fa dal Governo con una quota 104 (con 66 anni di età) che è uno scivolo così piccolo da portare un pensionando a prendere seriamente in considerazione la possibilità di aspettare un anno in più e andare in pensione con la Fornero. Ma le carte della manovra dicono semplicemente che al netto di interventi che verranno, il prossimo anno, con le elezioni per il Quirinale in mezzo, insomma al netto del “vedremo”, intanto nel 2023 si va in pensione con la Fornero. Una postilla sulle pensioni: la proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna, con la possibilità che diventino strutturali, fa tenere insieme a Draghi l’attenzione per le categorie più fragili e la possibilità di uscire prima dal mercato del lavoro. 

Stop all’RDC?

Al reddito di cittadinanza andranno il prossimo anno circa 8,5 miliardi. Lo spirito è preservato perché con una povertà ai livelli massimi nessuno, tantomeno Draghi, pensa di togliere un aiuto che è fondamentale per 1,3 milioni di famiglie. Ma la stretta asciuga la bandiera grillina del fallimento della ricerca di un lavoro e anche dell’estremizzazione della logica del sussidio uguale per tutti, quella festeggiata dai grillini sul balconcino di palazzo Chigi con lo slogan “abbiamo abolito la povertà”. Lo stop al reddito dopo il rifiuto della seconda offerta di lavoro (oggi scatta dopo la terza) indurrà molti a dire sì e ridurrà la possibilità di adagiarsi sul sussidio, magari abbinandolo a un lavoro in nero. Inoltre dopo il rifiuto alla prima proposta di lavoro, per gli occupabili scatterà il taglio del reddito: la decurtazione non sarà imponente (5 euro al mese), ma parametrata su un valore medio mensile di 578 euro non è neppure neutra. Soprattutto conta il principio: il reddito non sarà pieno per 18 mesi di fila, come è oggi. L’importo varierà in base all’atteggiamento che il beneficiario occupabile avrà nei confronti delle offerte di lavoro. I controlli sui furbetti scatteranno prima di erogare i soldi, non dopo. Qualcosa di molto diverso dal reddito di cittadinanza del 2018. 

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