Economia e Politica

“Mio padre era sui camion di Bergamo”, la storia di Cristina la farmacista che non fa i tamponi ai no vax

Da quando il green pass è obbligatorio sui posti di lavoro tante farmacie sono letteralmente sotto assedio. Chi non vuole fare il vaccino deve infatti sottoporsi molto frequentemente al tampone. E in queste circostanze, tra le lunghe code, spesso volano insulti, proteste e urla contro i farmacisti da parte di chi sente il bisogno di far conoscere la propria opinione sui vaccini. Ed è proprio questo che ha subito per un lungo periodo anche Cristina Longhini, 40 anni, farmacista di Bergamo, consigliera del Movimento italiano farmacisti collaboratori. E anche figlia di una vittima del Covid. E per questo motivo ha deciso di non fare più tamponi ai no vax.

Il suo racconto: minacce e ignoranza dei no vax

“Ormai da fine settembre stavamo subendo un clima di odio e di tensione. C’era astio nei confronti della campagna vaccinale e anche nei nostri confronti. C’erano persone che ci dicevano: “Cosa pensate, questo vaccino funzioni?” Oppure: “Ci farà morire tutti, ci farà venire il cancro, fra dieci anni voi vaccinati morirete e rimarremo noi, ci sono dentro i microchip, il 5G”. Oppure: “Voi non pagate il vaccino e noi dobbiamo pagare il tampone, dovreste farlo gratis, ci rubate i soldi”. C’era chi ci augurava la morte, chi diceva di avere bisogno del tampone ma non credeva nel vaccino e se ne andava sbattendo la porta con rabbia. Così per tre-quattrocento volte al giorno”.

Il papà morto di covid

Suo padre, Claudio, è morto nella primavera del 2020 a 65 anni. Un dolore enorme che Cristina si è portata dentro anche mentre subiva gli insulti dei no vax che andavano a farsi il tampone. “La mia titolare e la mia collega conoscevano mio padre, sanno cosa abbiamo passato a Bergamo e poi hanno vissuto i drammi della seconda ondata a Milano. Abbiamo deciso che non possiamo fare i tamponi a chi è così insensibile: umanamente era pesante affrontare queste persone”. Così la farmacia Ca’ Granda di Niguarda ha deciso di riservare gli spazi per i tamponi e il personale alla campagna vaccinale per la terza dose.

Quando Cristina non ce l’ha più fatta

Mentre partecipava a una trasmissione televisiva ha sentito qualcuno dire che non si faceva il tampone perché è un esame invasivo, non ce l’ha fatta più: “Io ho avuto mio padre sui camion dell’esercito a Bergamo e mi sento dire che quei camion erano dei fotomontaggi e mio padre in realtà non è morto di Covid. Non capisco come faccia la gente ad essere così disinformata. Non sanno che proprio perché non inietti niente di irreversibile nell’organismo l’Rna si degrada e la risposta anticorpale diminuisce, e in certe categorie lo fa più in fretta. Invece pensano che il green pass violi il loro diritto al lavoro ma si dimenticano di quello che era successo lo scorso anno. Poche ore fa una cliente mi ha detto: “Ti ho sentito in tv ma io quella schifezza non me la farò mai iniettare”. Le ho raccontato che io avevo un papà che stava bene, ho affrontato una tragedia, ho avuto tanti pazienti con il Covid, e se noi non ci fossimo vaccinati saremmo ancora chiusi in casa e con chissà quanti morti. Se fosse per gente come loro saremmo ancora tutti chiusi in casa”.

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