Economia e Politica

Overturism e underturism

Fase 3 significa non si torna indietro. Tutto riapre (più o meno). Pian piano riconquistiamo i nostri spazi, a fatica riprendiamo il fiato, il ritmo. Riparte la voglia di viaggiare e aprono anche i confini… Ma aprire frontiere e città riporta all’attenzione un tema mai “sopito”, anche se accantonato dagli eventi dei mesi scorsi: come ridisegnarle, le nostre città? Sospeso (per ora) l’overturism, quanto è conveniente riaprire le nostre destinazioni esattamente come le avevamo lasciate di contro l’opportunità concreta di ripensarle? Perché quelle stesse città schiacciate dal turismo, di cui tanto si è discusso ma, oggi pare vogliano correre verso una ripresa ricalcando ciò che è stato? Perché invece non provare a ridisegnarne interpretazioni di accoglienza e vivibilità? 

Overturism

A Venezia, ad esempio, i musei civici sono ancora al minimo regime, al lumicino: aperti 3 su 11, per pochi giorni e solo poche ore. L’amministrazione dice che non ci sono i turisti, quindi non ci sono soldi. Quindi va bene così (salvo poi gongolare delle lunghe code davanti al Ducale). Eppure due dei tre musei aperti sono ad ingresso gratuito. Quindi o ci sono i fondi per sostenere la gratuità, e allora tanto valeva riaprire più sedi con orari e biglietti d’ingresso ridotti. O non ci sono risorse e aprire gratuitamente acuisce solamente le difficoltà di cassa. Delle due una. E se questa situazione pare paradossale, nella sua contraddizione dà chiaramente l’immagine dello status confusionale in cui versa il settore turistico in Italia.

Preoccupato di attirare senza gestire, quando invece proprio oggi servirebbe andare altre al pensiero (anti) economico e riformare il sistema. Riequilibrarlo per dargli un nuovo sostegno, una nuova funzione oltre quella di “turistificio”. In questi giorni, ad esempio, il Governo ha stanziato 50mln di euro a sostegno proprio dei musei civici di proprietà dei comuni (il che significa 3mln alla sola Venezia). Una opportunità da cogliere al volo per sostenere e rilanciare un settore dall’alto valore aggiunto, non solo economico ma anche sociale. Ma il sindaco assessore dov’è? Oltre alle serenate “spot” di piazza o alle biciclettate di propaganda, qual è il piano per la Cultura della città? 

Venezia tra overturism e underturism

Considerare i nostri preziosi luoghi della cultura, dai musei, ai teatri, alle biblioteche, “inutili” per la ripresa in quanto deprivati della loro funzione economica di attrazione turistica, significa mortificarli. Rinunciando ad una immensa risorsa per la città. Un intero settore chiede responsabilità e risposte concrete, tanti lavoratori ed altrettante famiglie se lo chiedono: qual è il futuro della cultura di Venezia?

La fragilità di Venezia

L’acqua alta di novembre e la pandemia da coronavirus hanno sconvolto il fragile equilibrio di una città che può (potrebbe) riscattarsi solo con un piano strategico che intervenga a ridefinire un intero modello gestionale urbano sulla carta ricco di potenzialità. Ma che se piegato a logiche contingenti miopi, sostanzialmente di sfruttamento economico, rischia di perdere il proprio slancio (come sta accadendo, nell’immobilismo istituzionale generale). L’uso edonistico del patrimonio culturale, a soli fini turistici ad esempio, ad esempio, non funziona più. Va riformata la strategia che sta a monte per mettere a valore ciò che sta a valle. 

Overturism o underturism?

Tanto più se il “successo” o meno di questo tipo di operazioni passa solo dalla conta totale di ingressi e incassi (con numeri e statistiche non “raffinate” e spesso derivanti dall’overtourism). I luoghi della cultura sono innanzitutto infrastrutture culturali di prossimità volte ad accrescere il tessuto e l’identità di un territorio e che da quel territorio traggono non solo il loro sostegno ma anche la loro stessa ragion d’essere. Intendendole altrimenti, ovvero non come parte attiva del tessuto cittadino e sociale, ma come mere attrazioni turistiche, il rischio è creare bellissimi non-luoghi. Sbilanciandone l’intera offerta di servizi e piegando l’itera struttura organizzativa verso la sola “gestione” dei flussi di cassa. Vincolandoli alla sola e “volatile” bigliettazione, prima ancora che verso una più stabile e sostenibile accessibilità. 

Considerazioni

Perché se consideriamo che il turismo muove il 12/14% del pil nazionale, e che l’80% del turismo è turismo culturale (quindi che usufruisce di servizi culturali rilasciati dai nostri musei, ma anche teatri, ad esempio) capiamo come arte e cultura muovano una immensa quantità di capitali e filiere intrecciate. Come ad esempio con le imprese ITC che investono in valorizzazione culturale. Senza contare l’impatto sulla crescita personale e sulla qualità della vita, che a loro volta attivano sistemi economici che attraggono investimenti e capitali.

Le principali capitali economiche d’Europa sono quelle città che hanno anche la più alta incidenza culturale (musei, teatri, biblioteche, università). Non investire in cultura, perdere questa occasione significa scientemente rinunciare a enormi quote di mercato per la crescita soprattutto locale. Nella stessa maniera riproporre il mero sfruttamento Culturale della città, secondo una prospettiva superficiale di ripristinare dinamiche, modalità e volumi turistici come nella pre emergenza (e se ce là si fa pure aumentarli) è ancor più sciocco e dannoso. E questo sia a livello locale che nazionale. Con un piano di rilancio che lascia intendere che la crescente volontà di ritorno alla normalità. Attraverso un effimero rilancio potrebbe prevalere su una più strutturata e complessa riforma.

La sfida all’overturism

Ecco allora la prossima sfida cui dobbiamo porre attenzione. Una sfida “a tempo”, non facile, certo, tanto per Venezia quanto per il resto del paese. Overturism o underturism? Sfida che torna ad affacciarsi al mondo, o meglio, verso cui torna ad affacciarsi il mondo. Una sfida cui non possiamo sottrarci semplicemente riproponendo vecchi i schemi e le medesime dinamiche del pre covid. Ora serve padroneggiare il cambiamento facendolo diventare un valore aggiunto in tutti i campi, anche quello turistico e culturale.

Al di la di proclami e buone intenzioni, usando questo tempo “sospeso” per creare nuovi interessi, nuove tratte, nuove destinazioni, nuove strategie; riducendo gli impatti su un’area singola (ad esempio quella Veneziana insulare) ed accrescendo le occasioni di conoscenza secondo altre ottiche. Fare altrimenti, voler ristabilire rapidamente (a tutti i costi) il vuoto monetario di un settore, quello prettamente ricettivo, inquadrandolo attraverso finalità “fini a se stesse”, che si rivolgono meramente all’aspetto “di massa”, significherebbe spingere ad azioni frettolose e scomposte. Che potrebbero portare il sistema urbano ad una normalità che poi tanto normalità non era.

Da Venezia all’Italia

Allora che non si sprechi l’occasione, che non si rinunci pigramente ad ingegnarsi, crogiolandoci in ciò che è stato, lasciando cadere questo momento sospeso, questa congiunzione tra crisi ed opportunità che più di ogni altra ci offre l’occasione di sperimentare, di diventare laboratorio attivo per riformulare (se non addirittura formulare ex novo) la complessità delle nostre strategie attivando una maggior capacità progettuale congiunta e condivisa; e soprattutto di farlo non solo per superare rapidamente l’emergenza, ma anche per ridisegnare l’idea stessa di città che vogliamo iniziare a costruire oggi per i decenni a venire. E ciò vale per Venezia come per l’intero paese. Un paese frutto di stratificazioni e azioni culturali svolte in modo sostanzialmente dialettico tra uomo, cultura e natura, non dimentichiamolo. Perché nessuno vuole una Italia senza turismo, non sarebbe giusto né sensato nasconderne il valore (culturale in primis) al mondo, ma neanche necessariamente si dover tornare a fare i conti con gli eccessi di prima, anzi. 

Overturism oggi

Oggi più che mai non serve avere fretta di soluzioni “magiche e immediate”, occorre pensare a cosa vogliamo che siano le nostre città domani, e cosa vogliamo significhino per noi e per chi lo visita, al di là degli interessi più miopi. Si lavori su questo allora. Creare una consapevolezza basata su un principio di sana appartenenza e responsabilità dei luoghi, da trasmettere anche ai futuri visitatori. Occorre riaffermare una nuova cultura della cultura e della gestione dell’accessibilità affinché si innesti una più ampia riforma economica del turismo culturale, per iniziare oggi una revisione dei flussi che nasca dall’accoglienza attiva, non dall’intercettazione passiva. Che nasca dalle narrazioni, dalle voci dei territori, per facilitare la conservazione e la diffusione delle singolarità dei luoghi e delle diversità territoriali in generale. Esprima i bisogni e valori essenziali di chi di quel territorio ne è rappresentanza e testimonianza viva, per rafforzare il sentimento di appartenenza e di radicamento. Curi i soggetti più sensibili e vulnerabili, con particolare riferimento ai bambini (che erediteranno ciò che noi lasceremo) per ri-costruire le relazioni tradizionalmente esistenti tra società e territorio.

Le variabili dall’overturism all’underturism

Ovviamente tante sono le variabili, conosciute e sconosciute, ma proprio per questo occorre massima cautela nei confronti di un obiettivo eccessivamente semplificato di “riportare il turismo” senza porre il giusto equilibrio sull’offrire sostenibilità e vivibilità tanto alla cittadinanza stabile quanto a quella “temporanea”. Insomma, ciò che va compreso (e va compreso in fretta) è che, imparando da questa crisi, possiamo darci nuove risposte, adattarci e integrarci in modo efficace immaginando il mondo che sarà. Oggi abbiamo questa occasione (l’ennesima), sta a noi saperla cogliere.


Massimiliano Zane
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