Economia e Politica

Piano Trump pro Israele vs Palestina

Si è avuto modo, in un mio precedente articolo, pubblicato su questa testata giornalistica, di delineare l’obiettivo del Presidente degli Stati Uniti di creare una capitale per due Stati. Che da anni si contendono attraverso una nuova road map per la soluzione di pace tra palestinesi e israeliani. Ci si riferisce al piano Peace to Prosperity; il piano di Trump. Quale visione per migliorare la vita del popolo palestinese e israeliano, che tratta la pace, la sicurezza per gli israeliani e la qualità della vita per la Palestina.

La debolezza del piano Trump

È ben noto che il piano approvato dalla Casa Bianca è superficiale. Insostenibile e corroborato da pezzettini di aree abitate dai palestinesi sconnesse, in senso materiale. E che prevede la dipendenza, sul piano prettamente economico, dello Stato palestinese da quello israeliano, si pensi, ad esempio, alla Cisgiordania occupata. In sostanza, il progetto di Trump è fare scacco matto ai palestinesi. Attraverso la garanzia di offrire loro una migliore qualità di vita. E cioè con lo sviluppo economico locale della Palestina come biscottino per evitare lo scontro frontale con Israele e la ripresa dei negoziati.

L’investimento del Piano

Nel piano dell’amministrazione Trump, si legge che saranno elargiti, per una decade, molti miliardi di dollari. A favore del popolo palestinese. Ma per ottenere quanto contenuto all’interno del Peace to Prosperity, i palestinesi dovranno attendere circa quattro anni. Prima di prendere in mano quello che rimane dei territori palestinesi.

I segreti non rivelati

Questo progetto, a mio parere, cela l’aspirazione dei palestinesi a ottenere il diritto ad autodeterminarsi. Vale a dire il desiderio di darsi un assetto politico, economico e culturale, messo ai margini. Va ricordato, inoltre, che la stessa comunità internazionale ha riconosciuto la Palestina quale Stato membro osservatore presso le Nazioni Unite nel 2012. Pur non avendo ancora il pieno controllo sul suo territorio. A causa del reclamo di Israele che, per la propria esistenza, è costretta a tenere alta la sicurezza del suo Stato. Da attacchi terroristici provenienti dal Libano. E con la complicità di alcune frange terroristiche palestinesi. Il problema della sicurezza dello Stato di Israele, dunque, è la priorità nella visione di Trump. In concerto con il primo Ministro israeliano Netanyahu, senza aver convocato le autorità palestinesi e il coinvolgimento della Lega Araba. Lo stesso leader palestinese Abu Mazen, non interpellato, il giorno seguente, annunciava la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e Israele. Per protestare contro la decisione unilaterale di dividere ancora delle aree in cui vivono gruppi di palestinesi. Per raggiungere lo scopo di attuare una vera e propria anschluss (annessione).

Le preoccupazioni

Mentre la comunità internazionale è preoccupata della precipitosa politica estera di Trump sulla soluzione della controversia israelo-palestinese. L’Unione Europea rimane a guardare senza muovere un dito di condanna. O senza intraprendere iniziative  contro lo scellerato piano di Trump, perdendo l’occasione di essere protagonista come mediatrice per il negoziato tra Israele e Palestina.

La reazione europea

Alcuni Stati membri dell’UE, come il Regno di Svezia, la Repubblica d’Irlanda e il Regno dei Paesi Bassi, hanno contestato duramente il piano di Trump. L’Italia, per il tramite della Farnesina (non del suo Ministro degli Esteri, chissà come mai?), ha dichiarato che terrà in esame i contenuti della proposta di Trump. In concerto con l’UE e in linea con le rilevanti risoluzioni delle Nazioni Unite. In conclusione, ho il sentore che Trump abbia voglia aprire la strada verso l’annessione di quello che resta della Palestina a favore di Israele.

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