Economia e Politica

Reddito di cittadinanza. I numeri di un flop

In Veneto le domande di reddito di cittadinanza accolte sono state 63.968, ma sono solo 1.189 quelle sfociate in un posto di lavoro. Fabbrica Padova di Confapi ha calcolato che per crearne uno si spendono 8 volte i 29.601 mila euro. Che equivalgono al reddito medio lordo di un italiano.

I beneficiari

Sono 28.763 i beneficiari del reddito di cittadinanza che hanno trovato un lavoro. Si tratta appena dell’1,17% del totale delle persone che usufruiscono del sussidio (2.451.953 italiani). Percentuale che sale al 3,63% se si considerano esclusivamente le persone ritenute occupabili (poco più di 791 mila). Lo attestano i numeri forniti a fine 2019 da Anpal Servizi, l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro. Dai quale traspare come solo un terzo dei beneficiari sia tenuto al “patto per il lavoro”. E come una percentuale esigua di questo terzo l’abbia effettivamente trovato sin qui.

La situazione in Veneto

Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha analizzato nello specifico la situazione in Veneto. Ebbene, in regione le domande di accesso al reddito di cittadinanza accolte riguardano 32.488 nuclei familiari. A Padova 6.607, interessando 63.968 persone (di cui 13.208 a Padova). Il 2,6% del totale del Paese. E, di queste domande accolte, 1.189 sono sfociate in un impiego da parte dei beneficiari. Vale a dire l’1,85% del totale, una percentuale leggermente più alta rispetto al dato nazionale.

Per crearne un posto di lavoro si spendono 8 volte il reddito medio lordo annuo di un italiano

«Considerando che la Legge di bilancio 2019 ha stanziato per il reddito di cittadinanza 6,969 miliardi, è come se ognuno dei 28.763 posti di lavoro che sono stati creati grazie alla norma sia venuto a costare 242 mila euro. E considerando che la retribuzione lorda di un lavoratore italiano medio si attesta attorno ai 29.601 euro all’anno (dati JobPricing), possiamo arrivare ad affermare che con i 242 mila euro con cui si è arrivati ad avere un posto di lavoro se ne sarebbero potuti creare 8. Spendendo in modo più intelligente questi soldi», afferma Davide D’Onofrio, direttore di Confapi Padova, Associazione delle piccole e medie imprese del territorio.

La provocazione di D’Onofrio sul reddito di cittadinanza

«Ovviamente la nostra è una provocazione, ma lo è solo fino a un certo punto. Quanto più utile sarebbe stato rimettere in circolo quelle risorse direttamente per favorire l’occupazione? Una domanda che acquista ancora più senso se prendiamo in esame un ulteriore dato. Nel triennio 2020-2022 le case dello Stato stanzieranno in tutto circa 26 miliardi per finanziare il reddito di cittadinanza. Mentre nello stesso arco di tempo alle politiche attive per il lavoro sono destinate risorse per 9,7 miliardi. Cioè poco più di un terzo della cifra. Una sproporzione tanto evidente quanto del tutto priva di senso».

L’opinione di Carlo Valerio

«Attenzione, noi non diciamo che lo Stato non debba occuparsi di chi è svantaggiato e non può lavorare. Ma ci sembra che qui sia stata spacciata volutamente una cosa per l’altra. Il reddito di cittadinanza è stato venduto come uno strumento per creare occupazione e invece i veri beneficiari, finora, sono stati i 4 mila navigator assunti dall’Anpal. Ognuno dei quali ha iniziato a percepire lo stipendio di 1.700 euro, con 300 euro di indennità aggiuntive, ancor prima di prendere servizio. Non sarebbe stato meglio, al loro posto, assumere ispettori del lavoro, che almeno sono più utili?», osserva Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova, proponendo poi un’analisi “politica” della questione.

«Già in altri tempi, fornendo numeri e proiezioni, abbiamo evidenziato la sproporzione tra quanto versa il nostro territorio in termini di tasse e quanto si vede tornare indietro in termini di sussidi. E, di converso, quanto una misura come questa finisca per appesantire il deficit e gravare sulle nostre tasche – prosegue Carlo Valerio -. Ma il punto, ora, è un altro.

Il reddito non serve al rilancio

“Il reddito di cittadinanza, come temevamo, conferma di non andare né nella direzione del rilancio economico della nazione né, tantomeno, in quella dello sviluppo del mercato del lavoro. Tant’è che uno dei suoi problemi è proprio il suo meccanismo disincentivante, che spinge casomai verso il lavoro nero. L’impressione che si ricava da tutto questo è quella di una nazione che destina troppe risorse a quello che, a conti fatti, altro non è che puro assistenzialismo. E troppo poche agli investimenti per creare vera occupazione, alle grandi opere pubbliche e alla ricerca. E che futuro può avere uno Stato che agli investimenti preferisce l’assistenzialismo?».

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