Economia e Politica

Sergio Mattarella lascia il Quirinale in anticipo. L’incrocio di date decisivo: segnale pesantissimo a Draghi e Parlamento

L’asticella è già saltata, il vero quorum per l’elezione del capo dello Stato sarà più alto. La Costituzione impone nei primi tre scrutini la convergenza sullo stesso nome di almeno due terzi dell’assemblea, ossia di 673 “grandi elettori” su 1.009, e la maggioranza semplice di 505 voti a partire dal quarto. Questo indipendentemente dal numero dei presenti in aula. Per capirsi: se ci fossero cento assenti causa Covid, quei 673 voti corrisponderebbero al 74% dei presenti: traguardo difficile da raggiungere. La strada si fa impervia, dunque. E siccome l’unico che potrebbe essere eletto nei primi scrutini è Mario Draghi, che già deve vedersela col partito trasversale del TTD (“Tutti tranne Draghi”), presente ovunque, ma forte soprattutto tra i Cinque Stelle, il problema è innanzitutto suo. Insomma, c’è un franco tiratore capace di far saltare molti calcoli, e si chiama Covid. Quanti saranno assenti in quei giorni, bloccati dalla febbre o da un tampone positivo? Il virus sarà arbitro imparziale o infierirà di più su alcuni partiti?

Andamento lento

Persino la data d’inizio delle votazioni potrebbe non essere neutrale. La ha annunciata martedì mattina il presidente della Camera, Roberto Fico, e il giorno prescelto è lunedì 24 gennaio. Una settimana più in là rispetto alle previsioni di molti osservatori. È una decisione ufficialmente “tecnica”, presa tenendo presenti i decreti in scadenza, ma potrebbe avere enormi conseguenze politiche. Il 3 febbraio, infatti, scadrà il mandato di Sergio Mattarella. Anche se nel frattempo non fosse stato eletto il suo successore, quel giorno lui lascerà l’incarico (l’appartamento al Quirinale intende invece abbandonarlo prima: per le necessarie pulizie degli ambienti, ma anche per far capire che, per lui, l’esperienza lassù è finita). Toccherebbe a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, svolgere pro tempore le funzioni di capo dello Stato, ma sarebbe una soluzione temporanea, non adatta a un Paese che ha bisogno di certezze. Dalle riunioni fatte da Fico con i consulenti sanitari della Camera è emersa, inoltre, l’intenzione di far svolgere una sola votazione al giorno. I grandi elettori, per evitare assembramenti, dovranno entrare a scaglioni in base all’ordine alfabetico e occorrerà sanificare spesso gli ambienti. Tirando le somme, saranno necessarie almeno cinque ore per ogni scrutinio, due in più che in passato. L’eventualità che si arrivi al 3 febbraio con un nulla di fatto, quindi, non è così remota.

Il congelamento

Ecco, allora, che prende corpo l’ipotesi del “congelamento istituzionale”. Come spiega un senatore centrista, esperto tessitore di trame, «la possibilità di un appello a Mattarella affinché resti dov’è, lasciando Draghi a palazzo Chigi, diventerebbe concreta se ci fossero 100-150 grandi elettori fuori gioco e la situazione s’ impantanasse. In quel caso, la spinta a rimandare tutto alla prossima legislatura sarebbe fortissima». Al punto che l’eminenza grigia Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale, in ottimi rapporti con Fico e i suoi consiglieri, ma non altrettanto vicino a Draghi, è ritenuto da alcuni l’ideatore del piano per far partire le votazioni a ridosso della fine del mese, mantenendo un andamento lento: proprio perché, in questo modo, il trasloco del premier sul Colle si complicherebbe. Se Zampetti, come racconta chi gli ha parlato, reagisce sdegnato a tali insinuazioni, non ci sono dubbi che nei Cinque Stelle, il partito di Fico, la conferma dello status quo sarebbe festeggiata con fuochi d’artificio. Ieri sera i senatori grillini, riuniti in assemblea, hanno deciso «a larghissima maggioranza» che la loro linea è quella di un «forte pressing per un bis di Mattarella al Colle». Quindi anno fatto sapere a Giuseppe Conte, di cui non si fidano, che i capigruppo del M5S dovranno «partecipare alla scelta del presidente della repubblica in ogni fase decisionale».

Salvini fa paura

Anche nel Pd firmerebbero subito per il Mattarella bis. Enrico Letta e compagni non escludono di sostenere il passaggio di Draghi al Quirinale, ma lo ritengono una soluzione di ripiego. Perché imporrebbe la nascita di un nuovo governo e dunque l’eventualità che Matteo Salvini si sfili dalla maggioranza. Il piano abbozzato dal segretario della Lega con Matteo Renzi prevede proprio questo: il passaggio del Carroccio all’opposizione, da dove potrebbe cannoneggiare un governo impegnato a prendere decisioni impopolari, recuperando i consensi ceduti a Giorgia Meloni. A quel punto, temono nel Pd, Forza Italia si accoderebbe, portando l’intero centrodestra all’opposizione. Per questo Letta propone di fare una trattativa unica per il Quirinale e palazzo Chigi, trovando due candidati da sostenere con la più larga maggioranza possibile: non vuole restare solo con la sgangherata ciurma grillina, impiccato a un governo destinato a far rimpiangere quello di Draghi, mentre Salvini lo bersaglia. In parole povere, se non trova l’accordo con la Lega per un altro premier, il Pd intende lasciare Draghi lì dov’è. 

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