Economia e Politica

Silvia Romano e l’odio nei social

È davvero sconcertante e indecoroso aver assistito agli insulti su determinati social nei riguardi della cittadina italiana Silvia Romano. Dopo la sua liberazione, ostaggio per 18 mesi dal gruppo Al Shaabab. Chi scrive non può che esprimere il profondo disappunto. E la totale dissidenza nei confronti di coloro che non si sono pregiati di manifestare il pieno rispetto per una persona con una propria dignità e con i suoi diritti di essere umano.

Alcune precisazioni su Silvia

Ora, dopo questo mio sfogo, mi preme, in maniera serena e pacata, offrire al lettore più attento alcune delucidazioni circa la detenzione di Silvia. Rapita durante la sua missione di cooperante per un’organizzazione onlus, denominata Africa Milele. Che è stata oggetto, qualche giorno fa, di perquisizioni nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sul sequestro della ragazza, che opera in Kenya per assistere la popolazione più fragile. Si è spesso parlato della ragazza italiana catturata e tenuta in ostaggio, come pure della questione del pagamento del riscatto da parte dell’Italia per ottenere la sua liberazione.

La questione riscatto

Partendo dal primo punto, bisogna subito chiarire che la presa dell’ostaggio è un atto vietato dal diritto internazionale umanitario. Come pure il rapimento, sanciti dalla Convenzione del 1973 sulla prevenzione e la repressione dei reati contro le persone internazionalmente protette. E dalla Convenzione del 1979 sulla cattura degli ostaggi. Sul problema del pagamento del riscatto, non esiste attualmente una norma internazionale che inibisca tale pagamento. Ma è alla libera discrezione degli Stati decidere se o meno intraprendere la via finanziaria per riportare a casa il proprio cittadino sequestrato. Su questo punto si è già espresso il Consiglio UE. Che ha sostenuto che si deve respingere in modo inequivocabile il pagamento e le concessioni politiche a qualsiasi gruppo terroristico.

Il rapimento di Silvia

Affrontando il problema del sequestro e, successivamente della liberazione di Silvia, si deve immediatamente evidenziare che il gruppo Al Shabaab non è solo una mera accozzaglia di terroristi, che hanno legami con altri gruppi di matrice jihadista terroristica. In realtà, è un aggregato gruppo di veri e propri predoni, aventi come scopo principale lo strumento del riscatto per ottenere soldi. La questione del pagamento come mezzo per riscattare un qualcosa comporta due cose. La condiscendenza che farà scattare l’effetto domino di nuovi rapimenti, e l’uso che verrà fatto per attività terroristiche. Grazie, appunto, ai fondi stessi utilizzati per salvare un proprio cittadino preso in ostaggio.

Riscatto e diritto internazionale

Attorno al tema del pagamento del riscatto va, inoltre, precisato che sia il diritto internazionale, che il diritto UE non pongono alcuna divieto nei riguardi di quei cittadini oggetti di rapimento all’estero da parte di componenti armati di matrice terroristica. A livello interno, cioè in base al nostro sistema ordinamentale, è previsto il congelamento di beni privati dei cittadini a cui sia stato rapito un proprio congiunto. Al fine di impedire che sia pagato alcun riscatto, che ha come scopo principale l’evitare di finanziare attività criminose. Tuttavia, va precisato che ciò non rientra nell’applicazione. Qualora si tratti del pagamento di un riscatto da parte delle autorità governative nei confronti di cittadini rapiti e tenuti sotto sequestro all’estero.

La situazione attuale

Oggi, sappiamo bene che i gruppi armati del XXI secolo mirano più alla radicalizzazione islamico di stampo terroristico, che lottano per lo jihad usando la più assurda violenza, anziché alla lotta per autodeterminarsi, ossia dandosi un assetto politico, economico e sociale che porterebbe alla nascita di una nuova entità statale. Questi gruppi di stampo terroristico sono da inquadrare nella sfera di organizzazioni  criminali, per cui è fondamentale che non vi sia alcuna forma di supporto.

Silvia e le organizzazioni non governative

 Mi si permetta, in aggiunta, di fare qualche osservazione sulle c.d. organizzazioni non governative che operano all’estero nei Paesi in via di sviluppo. È ben noto che esistono delle norme che puniscono ogni tipo di supporto a organizzazioni terroristiche. Difatti, ogni governo, attenendosi all’elenco prodotto dal proprio servizio di intelligence, determina quali siano le organizzazioni di stampo terroristico a cui non va data alcun aiuto umanitario. In Italia, grazie alla riforma sulla cooperazione, mi riferisco alla legge n.115 dell’11 agosto 2014 concernente la disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo, le organizzazioni della società civile possono prendervi parte, anche se non sono vincolate, quando operano all’estero, a seguire determinati criteri di sicurezza.

Silvia e la conversione

Un altro punto, di cui si sono sprecati fiumi di inchiostro e consumati i polpastrelli delle dita sulle tastiere dei computer, concerne il fatto religioso della ragazza convertitasi all’islam. La scelta di Silvia è stata personale e, pertanto, va rispettata. Per cui non ha nulla a che vedere sulla questione del suo rapimento sebbene l’obiettivo principale dei sequestratori era quello di ottenere il riscatto. Spero solo che si chiuda questo sipario e che si lasci lavorare gli organi inquirenti e la magistratura a trovare la verità su questa vicenda.

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