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Daitarn 3: 41 anni e non sentirli

“Uno per tre e tre per uno perché/Insieme noi usciamo sempre dai guai”. Queste parole dovrebbero già bastare a smuovere una inarrestabile valanga di ricordi riportandoci, alla velocità della luce, alla nostra infanzia quando aspettavamo con ansia davanti al televisore il momento di sentire le prime note di una sigla che ben presto sarebbe diventata un cult. Stiamo parlando proprio di loro, del trio all’erta e pieno di brio di Daitarn 3 che proprio quest’anno, il 3 giugno, ha compiuto 41 anni e se noi abbiamo risentito del peso dei decenni trascorsi loro non sembrano invecchiati di una virgola.

La serie

Daitarn 3 è una serie anime prodotta dalla Sunrise e ideata da Yoshiyuki Tomino (già conosciuto e amato per aver dato vita ad uno dei robottoni più famosi di sempre, Gundam) con il mecha design di Kunio Ōkawara. La storia inizia nei primi anni del XXI secolo, dove i Meganoidi, cyborg creati su Marte dal professor Haran Sozo, sono sfuggiti al controllo di quest’ultimo e capitanati dal cattivissimo Don Zauker e dalla sua sacerdotessa e interprete Koros si prefiggono lo scopo di schiavizzare l’umanità trasformando, poi, i suoi migliori elementi in Meganoidi. Il nostro eroe di turno è lo scapestrato Haran Benjo, figlio di Sozo, alla guida del gigantesco robot Daitarn 3, affiancato dalle assistenti Beauty e Reika, il piccolo Toppy e il maggiordomo Garrison.

Chi è Daitarn 3

Forse non tutti sanno che il Daitarn 3 è uno dei mecha più alti mai ideati ma non il più alto in assoluto. Con i suoi 120 metri di altezza è battuto solo dal Danguard Ace di Leiji Matsumoto (200m) e dal Gunbuster dello studio Gainax (250m). Non è solo la stazza ad essere importante, oltre a fare sfoggio di ben 15 tipi di armi la sua forza è dovuta anche alle diverse configurazioni, quattro per l’esattezza, che può assumere e che permettono una notevole versatilità nel combattimento. Oltre alla sua forma base che ricorda piuttosto vagamente un’armatura tradizionale giapponese, il Daitarn può avvalersi di un modulo carro armato dotato di due potenti cannoni, un modulo spaziale per i combattimenti oltre l’atmosfera terrestre ed il classico modulo aereo quando necessita di alzarsi in volo.

L’espressività

Il robot di Haran Benjo non poteva essere da meno del suo affascinante e a volte buffo protagonista: è infatti uno dei pochi nel suo genere a possedere una mimica facciale. Se all’inizio restavamo un po’ spiazzati nel vedere un robot sogghignare e fare facce buffe ci siamo ben abituati alla cosa e non riusciremmo più a pensare ad un Daitarn più “formale”. Dopo di lui un’altro robot si diede alla mimica, era il Trider G7 di Hajime Yatate, pseudonimo assunto dallo staff creativo della Sunrise, che arrivò sugli schermi qualche anno dopo.

L’importante è non prendersi troppo sul serio

Quanti di voi si erano accorti che in alcuni punti la serie sembra fare il verso a precedenti produzioni del medesimo genere? L’umorismo è di sicuro una delle caratteristiche maggiormente presenti all’interno dell’anime e spesso ne detta il ritmo, ma come si fa a resistere dallo sbellicarsi dalla risate quando, ad esempio, durante l’episodio 20 Benjo smaschera senza troppe difficoltà i due meganoidi che avevano assunto le sembianze di Beauty e Reika dicendo “Non hanno lo stesso vestito di sempre”, facile umorismo sul vestiario dei protagonisti di questi anime che nascono e probabilmente muoiono con gli stessi abiti senza mai provare nemmeno l’ebrezza di un pigiama prima di andare a dormire.

Citazioni a go go

Yoshiyuki Tomino deve essersi divertito un bel po’ nella stesura della trama degli episodi, tanto che tra l’umorismo e l’azione li ha disseminati di piccole citazioni e richiami di cinema, letteratura e fumetti. Qualche esempio? Nel decimo episodio Benjo viene sfidato a prendere parte ad un film di kung fu da un attore scopertosi poi un generale meganoide facendo il verso a Bruce Lee, oppure la base dei nemici cyborg dell’episodio 32 non vi sembra estremamente simile alla Morte Nera? Per non parlare del 36 dove il nostro spavaldo protagonista viene torturato psicologicamente dal malvagio Phroid, chiara parodia del celebre Sigmund Freud.

Anche i Meganoidi hanno un cuore?

Cosa sono veramente i Meganoidi? La risposta va cercata sollevando per un attimo il velo di umorismo che ricopre la serie. Questi cyborg che una volta erano umani si ergono ad élite decidendo di creare un proprio impero dove piegare al proprio volere tutti coloro che reputano Inferiori. Anche qui la serie fa qualcosa di differente rispetto a tante altre. Ci mostra in vari episodi il cattivo, con il suo carico di malvagità, mettendoci davanti a flashback del sul suo vissuto. Offrendo un accenno di approfondimento psicologico a cui di certo non eravamo abituati. 

Avere un’anima

Il cattivo ha un’anima? Certo che sì, non è un pupazzo vuoto in mano agli sceneggiatori ma un personaggio vivo che offre e lascia il segno in una storia che si rivela essere molto di più di quello che ci aspettavamo, chiudendosi in un finale agro che parla di amore, rancore e di quell’istinto di sopravvivenza che caratterizza una specie.

Trama

All’inizio del XXI secolo, strani avvenimenti e misteriose sparizioni di persone iniziano ad accadere sulla Terra. Dietro ci sono i Meganoidi. Cyborg creati su Marte dal professor Haran Sozo, sfuggiti al suo controllo. A capo della loro collettività ci sono il malvagio Don Zauker (Don Zauser nell’originale giapponese). Un robot dalla struttura fisica primitiva con un cervello umanoide, che si esprime in modo inintelligibile. E Koros, la sua sacerdotessa e interprete. Un’inquietante cyborg femminile dal fascino glaciale.

I meganoidi

I Meganoidi vogliono schiavizzare l’umanità e trasformare i “migliori” esemplari in Meganoidi. Hanno sviluppato una tecnologia sorprendente con la quale hanno realizzato le Macchine della Morte, una strana sorta di astronavi/robot, spesso dotate di immense mani, che rende i Comandanti Meganoidi in grado di trasformarsi in Megaborg, enormi robot da combattimento.

Haran Banjo o Banjo Haran?

A contrastare i loro piani c’è Haran Banjo, il figlio del professor Sozo, che pilota il gigantesco robot trasformabile Daitarn 3. Lo affiancano Garrison Tokida (maggiordomo tuttofare) e Beauty Tachibana (bionda mozzafiato, figlia di un famoso imprenditore ex-socio in affari del padre di Banjo). A loro presto si aggiungono Reika Sanjo (ex agente dell’Interpol) e il piccolo Toppy (orfano salvato da Reika nella seconda puntata). La trama si sviluppa in maniera episodica. A poco a poco si svela il passato di Haran Banjo, la sua spettacolare fuga da Marte con i Meganoidi alle calcagna e le ragioni del suo odio per loro. Una serie di mirabolanti avventure e combattimenti, che spaziano dalla fantascienza all’avventura e all’horror, conducono Banjo e i suoi compagni a sostenere la battaglia finale, nel disperato tentativo di sventare il folle piano di Koros e di sconfiggere il suo ultimo, potentissimo avversario, Don Zauker, che vuol far collidere Marte con la Terra.

Tecnologia di Banjo

Banjo dispone di un videotelefono da polso, che utilizza essenzialmente per comunicare con la base ed è armato con una AutoMag M-180 calibro .44AMT che a differenza della pistola reale è anche trasformabile in un fucile.

La Mach Patrol

La Mach Patrol è il veicolo trasformabile di Haran Banjo: in configurazione “Auto” è apparentemente una semplice auto; in configurazione “Aerosistema” (nella versione originale il veicolo è chiamato Mach Attacker quando è in questa configurazione) si trasforma in aeromobile. Può essere alloggiata in un hangar tra le gambe del Daitarn 3.La configurazione auto stradale è ispirata alla Ford Mustang dell’epoca.

Cose che forse non sapevate su Daitarn 3

È in assoluto uno degli anime robotici più amati in Italia, insieme a Goldrake e Jeeg. Ma Daitarn 3 non ha avuto una vita altrettanto semplice in patria, e da più di quarant’anni gli appassionati discutono ancora del suo criptico finale. Sette cose che forse non sapevate sul mondo di Haran Banjo (che in realtà è Banjo Haran) e Daitarn 3!

1. Attacco solare

L’imbattibile Daitarn 3 (Muteki kōjin Daitān 3, “Daitarn 3, l’invincibile uomo d’acciaio”) esordisce sulla TV giapponese il 3 giugno del 1978. È una serie prodotta dalla Sunrise. A creare l’anime è Yoshiyuki Tomino, che l’anno dopo si occuperà proprio di Gundam e che per Sunrise ha già dato vita nel ’77 a Zambot 3.

Zambot e Daitarn sembrano due serie diverse quanto possono esserlo, appunto, il giorno e la notte. Legato al tema della luna e drammatico il primo. Scanzonato e incentrato sul sole il secondo. Per chi non lo sapesse, tutti gli anime giapponesi destinati alla TV vengono messi in produzione, da sempre, grazie ai soldi degli sponsor. Nel caso dei robottoni, si trattava di aziende del giocattolo, che finanziavano o spesso commissionavano direttamente (è il caso di Jeeg Robot d’Acciaio) un determinato tipo di serie per venderne i modellini. Per la serie curiosità. Sapevate che l’attacco solare può anche fallire? Eccone la prova.

2. Pop o flop

In Italia, si diceva, Daitarn 3 e Banjo sono figure di culto, grazie ad anni di repliche sulle reti private. Al mondo di Daitarn 3, e in particolare ai suoi antagonisti, si sono ispirati la band dei Meganoidi e i fumettisti Emiliano Pagani e Daniele Caluri per il loro Don Zauker. In Giappone, però, le cose sono andate in modo molto diverso. Gli ascolti della serie, per tutte le sue 40 puntate, sono stati molto bassi. Il pubblico nipponico sembrava non capire questo anime robotico che prendeva in giro tutti i tormentoni del genere, un super robot che era più che altro parodia dei super robot. Terminata la serie, nel ’79, di Daitarn non si è visto praticamente altro, fatta eccezione per alcune light novel, romanzi illustrati scritti dallo stesso Tomino.

3. Darth Vader vs 007

Daitarn 3 è un concentrato di citazioni che vanno ben al di là del genere di appartenenza. Si tira in ballo di tutto, nei suoi episodi, da Star Wars, omaggiato più volte, a Freud. I comandanti meganoidi che si trasformano in Megaborg sono un delirante frullato di spunti diversi, che comprende Biancaneve, i super-eroi USA, le stelle del cinema di Hong Kong e quelle di Hollywood, con il biondo Jimmy Dean. Lo stesso Banjo (Haran è il cognome, ricordiamolo) gioca di continuo a fare il James Bond. Reika è un’ex agente dell’Interpol, la svampita Beauty chiaramente una Bond Girl. Il maggiordomo Garrison, invece, ricorda fin troppo l’Alfred Pennyworth di Batman.

4. Facce e chilometri

Sono tanti i tratti caratteristi del Daitarn. Innanzitutto la mimica facciale: è uno dei pochi robot, insieme a Trider G7 (che però arriverà due anni dopo) ad assumere tutta una serie di espressioni per commentare quanto sta accadendo. Il Daitarn è inoltre uno dei robottoni più alti in assoluto: 120 metri e 800 tonnellate di peso, contro i 60 di Zambot 3, i 30 di Goldrake o i 18 metri di Mazinga Z. Si sono visti però robottoni più alti nella storia degli anime, come Danguard e Gunbuster (200 metri). O la fortezza trasformabile di Macross (1.200 metri). Acari, in ogni caso, in confronto a Sfondamento dei cieli Gurren Lagann, il robot della serie omonima, alto 10 milioni di anni luce, cioè 9.461 miliardi di chilometri (!!!). Uno che anziché “a giocar su Marte va”, come Goldrake, con i corpi celesti ci gioca direttamente a biglie.

5. La sigla da super-fomento

La bellissima sigla Daitan III (senza la R), pubblicata all’arrivo dell’anime in Italia, nell’80, è stata scritta da Luigi Albertelli e Vince Tempera e interpretata da I Micronauti, pseudonimo usato dallo stesso Tempera per le sigle da lui curate. Quella di Daitarn, in particolare, era cantata dai fratelli Balestra, un’ex cover band di Crosby, Stills, Nash & Young che ha inciso altre sigle celebri come Candy Candy, Starzinger, Koseidon… Una cover di Daitan III è stata eseguita spesso dai Subsonica durante i loro concerti. Già che ci siete ascoltate la versione dei Peter Punk.

6. I due Daitarn 3

Esistono due doppiaggi di Daitarn 3, quello storico dell’80 e quello Dynit del 2000. Nel secondo la voce di Banjo è di Massimo De Ambrosis che prende il posto del mitico Renzo Stacchi. Beauty non ha più quella di Rosalinda Galli (Lamù, Venusia), ma un’altra voce storica dell’animazione in Italia, Georgia Lepore, interprete anche di numerose sigle, come Mimi e le ragazze della pallavolo. La differenza principale tra i due doppiaggi, chiaramente voci a parte, è nella traduzione. Un po’ troppo libera in diversi punti nel doppiaggio storico, come accadeva spesso all’epoca. Questo ha un suo peso soprattutto nel finale, che non è affatto scanzonato come il resto della serie e ribalta – alla Tomino – il quadro, gettando tutta un’altra luce sui protagonisti.

7. Il finale spiegato (proviamoci)

Che tra i meganoidi ci siano anche dei buoni lo si vede già nel corso della serie. Così come si nota che Banjo è un po’ troppo invasato nella sua crociata. Gli interessa solo la distruzione dei meganoidi: il frutto dei piani folli di suo padre, i cyborg creati dal defunto professor Sozo Haran. Don Zauker è un robot con cervello umanoide che guida i cyborg malvagi, Koros la sua sacerdotessa e interprete personale. Tutto chiaro, no? No.

Grazie al nuovo doppiaggio e a una lettura dei nomi dei doppiatori originali si capisce che il padre di Banjo e Don Zauker sono la stessa persona e che Banjo si pente di aver ucciso Koros, che forse era l’amante del padre. Di sicuro Koros ha manovrato Don Zauker, null’altro che un vegetale, per tutto il tempo. Banjo a ogni modo, dopo averle sparato non le dice più “Hai avuto quello che ti meritavi, maledetta”, come nella vecchia versione, ma “Ma che cosa ho fatto?”. Sì, è leggermente diverso. L’eroe ha trascinato gli altri in una guerra per rancore personale, desiderio di vendetta per la madre e il fratello persi, un complesso edipico grande quanto il suo robot. Una guerra peraltro inutile, perché, se non fossero stati attaccati, i meganoidi si sarebbero concentrati sull’esplorazione dello spazio, lo scopo per cui sono stati creati.

Normale che Reika e gli altri, eliminati i cattivi, dicono all’eroe senza pietà che devono portare fuori il cane. E se ne vanno, lasciando la villa. Dov’è Banjo? Quella luce che si intravede a una finestra è solo un riflesso, o lui è rimasto in casa a dare una rassettata e coprire i divani col telo? È partito per nuove avventure? La risposta di Tomino è che non c’è una risposta.

La spiegazione dell’autore

L’autore spiega che Koros è morta in quel modo perché era un personaggio che amava molto e a cui voleva dare quindi una fine diversa dalla trasformazione in Megaborg. E che tutte le questioni irrisolte dell’anime restano tali, perché la mania del super-spiegone è molto lontana dal modo di concepire gli anime, soprattutto all’epoca. Insomma, Banjo è dove ognuno se lo immagina. Ce lo figuriamo allora, col capello verde al vento, ad andare a rimorchiare dalle parti di Yokohama con la Mach Patrol tirata a lucido. E Garrison muto!

8. Le sigle

Inutile parlare della sigla italiana, diventata un cult anche ai giorni nostri. Ma quanti hanno davvero sentito la versione originale giapponese?

9. Le battaglie di Daitarn 3

E per chi ancora rimpiangesse quei tempi ecco i video della prima battaglia, della trasformazione, e tante altre curiosità. Compresa tutta la storia in 8 (si esatto 8) minuti.

10. Un, due, tre, Daitarn 3

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