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Holly e Benji. Tutto vero?

Lallaralalalla…Catapulte infernali, tiri della tigre, infarti a bordo campo e, su tutto, la faccia sempre sorridente di Oliver Hutton. Il cartone di Holly e Benji (trent’anni fa nessuno li chiamava anime) ha ispirato tanti calciatori e galvanizzato milioni di spettatori, appassionatissimi alle vicende di questi atleti giapponesi dai nomi inglesi e privi del benché minimo rispetto per le leggi della fisica. Forse certe cose non le sapevate su Holly e Benji eppure hanno portato, ancor più di Shingo Tamai, il calcio in Giappone, facendo appassionare milioni di ragazzi.

Tutto merito di Daniel Passarella

Il manga di Holly e Benji nasce, come quello di Hokuto no Ken e tanti altri, da una storia autoconclusiva. Nell’80, Yoichi Takahashi ha giusto vent’anni. Si è innamorato del calcio guardando di mondiali del ’78 in Argentina. E realizza questa storia breve sulla sfida tra un attaccante, Tsubasa Taro, e un portiere, Genzo Wakabayashi. I futuri Oliver Hutton e Benjamin Price. La storia riscuote un discreto successo. E la casa editrice, Shueisha, chiede a Takahashi di realizzare una serie. Il titolo originale resta lo stesso. Captain Tsubasa. Ma il protagonista cambia nome. Diventando Tsubasa Ozora. Quando viene realizzato l’anime è già l’83. Perciò all’inizio del primo episodio, Tsubasa/Holly guarda ispirato una foto dei campioni del mondo in carica. Gli Azzurri di Spagna ’82. Anche se, per una qualche ragione, sono tutti biondi e indossano delle divise gialle e blu.

Niente asteroide

Internet non sarebbe Internet, probabilmente, senza milioni di discussioni sui campi infiniti e sferici di Holly e Benji. Praterie ricavate su piccoli asteroidi. In cui la curva dell’orizzonte nascondeva non solo l’altra porta. Ma anche gli avversari, che si lanciavano all’attacco correndo per chilometri e chilometri. Come marines dello spazio. Bene, nel manga di Takashi non c’era niente di tutto questo.

Il campo, pur con tutte le linee cinetiche e gli effetti speciali da manga sportivo (spokon), è semplicemente un campo enorme per dei ragazzini. Praticamente dei pulcini che giocano al Bernabeu, ma è piatto. Perché si è passati all’asteroide? Perché in un fumetto puoi far stare i pensieri dei personaggi comodamente in una vignetta. Mentre nell’anime, per trovar spazio alle loro riflessioni tattico-motivazionali, è stato necessario prendere a calci lo spazio tempo. Dilatare l’azione fin quasi a rallentarla. Così uno faceva a tempo, durante un colpo di testa, a ricordare tutta la propria infanzia.

Perché Holly, Mark, Bruce?

Holly e Benji debuttò in Italia nel luglio dell’86. I nomi anglofoni dei protagonisti furono scelti dalla società che si occupò del doppiaggio su indicazione di Fininvest, perché la policy seguita dal network del biscione era quella di italianizzare o inglesizzare i nomi giapponesi, per ragioni di “semplificazione culturale”. Semplificazione culturale? È quasi magia, Johnny! Largo allora a tutti i Bruce Harper, i Danny Mellow e i Tom Becker del caso. Storia a parte per il mister barbone Roberto Sedinho, che in originale è Roberto Hongo ed è quindi di origini nipponiche pure lui: il suo nome l’hanno portoghesizzato.

Un’altra differenza evidente del manga rispetto all’anime è che nel fumetto i giovani calciatori sono ricoperti dai marchi di aziende che si occupano di abbigliamento sportivo. Lo stesso cappellino di Benji Price, che nella serie TV riporta l’abbreviazione del suo nome (Genzo Wakabayshi, letto alla giapponese, cioè cognome-nome), sotto il logo della New Team, su carta è un cappellino dell’Adidas.

E figli maschi

Quello verso la gloria di Tsubasa e dei suoi compagni è un cammino molto lungo. Sarà per questo che crescono loro soprattutto le gambe, diventando chilometriche col passare degli anni. Nella serie Holly e Benji Forever (arrivata anche da noi nel 2004) e nel manga che l’ha ispirata scopriamo che Kojiro Hyuga/Mark Lenders viene a giocare in Italia con la Juventus, ma viene poi mollato alla Reggiana; Benji si trasferisce in Germania, mentre Tsubasa/Hutton diventa una stella del Barcellona. Nei manga successivi, Tsubasa sposa Patty/Sanae, che darà alla luce due gemelli.

Julian Ross, stranamente, non è morto d’infarto come tutti temevamo, ma si è fatto curare e sta decisamente meglio. Anche se è diventato un libero. È sempre fidanzato con Amy/Yayoi (sì, c’è un’altra y, non è un manga di amore tra maschi). E anche lui, a sorpresa giocherà in nazionale. Ma il principe del calcio resterà in Giappone. Forse non amava gli spostamenti.

Quante serie di Holly e Benji ci sono

Quante ne volete. Quattro serie TV, una per l’home video in 13 episodi (Holly e Benji: Sfida al mondo) e quattro film. L’ultima si intitola semplicemente Captain Tsubasa, è partita ad aprile ed è un remake in 52 episodi dell’originale. Per rivivere tutti insieme appassionatamente, per l’ennesima volta, le sparate di Tsubasa, sorridente pistola che lancia sfide scarabocchiate su un pallone scagliato a venti chilometri di distanza.

In diversi capitoli della saga appaiono dei calciatori ispirati a vere stelle del calcio, anche se nella versione animata i loro nomi sono stati in genere modificati per non esser trascinati in tribunale per le orecchie. Giusto per buttare lì qualche esempio, i brasiliani Rivaul e Roberto Carolus, i francesi Zedane, Thoram, Trezegà, il tedesco Oliver Han e gli italiani Alessandro Delpi, Filippo Inzars e Fabio Cannavaru.

E tanti altri. Più complicata la sorte del fortissimo portiere italiano Gino Hernandez, che nel manga italiano diventa Dario Belli e nell’anime Holly e Benji Forever si trasforma in “Gino Buffetti, il portiere perfetto”. Sì, è chiaro a chi si fa il verso, ma sembra comunque un slogan da pubblicità degli anni 30.

Le belle statuine di Holly e New Team

Il quartiere di Katsushika è un sonnacchioso sobborgo di Tokyo che, tra le altre cose, ha dato i natali nel ’60 a Takahashi, il papà di Tsubasa. Se vi trovate in vacanza nella capitale giapponese e vi va di fare una scarpinata a tema Holly e Benji, potete cercare le otto statue di Capitan Tsubasa disseminate nel quartiere per omaggiare il mangaka. E quando vi ricapita di farvi un selfie con una statua in bronzo di Bruce Harper?

Pallonate a teatro

Anche stavolta una trasposizione live action: Captain Tsubasa Super Experience Stage è un adattamento teatrale andato in scena l’anno scorso. Nessuno spettatore è stato ferito da un tiro della tigre ravvicinato, o almeno così sembra.

Le sigle di Holly e Benji

Anche stavolta parliamo di sigle. Dopo la prima ormai entrata nella storia, è entrata in scena Cristina D’Avena. Come nell’album “Duets” anche la seconda insieme a Benji e Fede. Sarà un caso?

Anche se la prima non si scorda mai….

E poi c’è chi ci ride su….

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