Libri e Fumetti

I Puffi e i loro puffsegreti

I Puffi sanno che un tesoro c’è… almeno fino a quando non vengono uccisi da un bombardamento ordinato dall’UNICEF. No, dico sul serio. Alcune curiosità sui Puffi, dall’origine del loro nome (o meglio, dei loro nomi) alle varie versioni animate degli ometti blu nati in Belgio. Passando per quei pupazzetti di PVC che in tanti, dagli anni 80 a oggi, non hanno mai smesso di collezionare e che possono costare un patrimonio.

“Potremmo farne un cartone”

La serie animata classica dei Puffi, quella degli anni 80, prodotta negli USA dalla Hanna-Barbera Productions è andata in onda sulla NBC a partire dal 1981, per un totale di 9 stagioni, 256 episodi e vari speciali, fino al 1989. L’idea di portare negli USA i personaggi di questo fumetto belga chiamato les Schtroumpfs era stata di Stuart R. Ross, un imprenditore che nel ’76, trovatosi in Belgio per lavoro, si era imbattuto nella banda di Grande Puffo e ne aveva acquisito la licenza per il Nord America, accordandosi poi con un’azienda californiana per la produzione di giocattoli e merchandising.

Il presidente della NBC, Fred Silverman, vide quanto sua figlia Melissa era attaccata a una bambola dei Puffi che le aveva comprato, e pensò che i piccoletti blu, che negli States erano stati ribattezzati Smurfs, sarebbero stati un’ottima aggiunta alla line-up di cartoni del sabato mattina del suo network. Ne venne fuori una delle serie animate più longeve e di maggior successo nella storia della TV americana. In Italia la serie dei Puffi debuttò nel 1981 sulle reti locali, per poi passare su Canale 5 l’anno dopo (e in seguito su Italia 1 e Rete 4 per le stagioni dalla 2 alla 9).

Peyo, John e… Pirluì?

I Puffi nascono la bellezza di sessantuno anni fa su “La flûte à six trous”, una storia di Johan & Pirlouit pubblicata nell’ottobre del 1958 su Le Journal de Spirou e realizzata da Peyo, nome d’arte del fumettista belga Pierre Culliford. Johan e Pirlouit non sono altri che John e Solfamì: nella serie animata degli anni 80, John e Solfamì erano dei comprimari dei Puffi, ma in origine era dunque il contrario. Fu il successo degli ometti blu ad oscurare il paggio e il suo chiassoso amico di bassa statura (il personaggio preferito di Peyo), le cui avventure – da principio dedicate solo a Johan/John – erano partite da una striscia su un quotidiano nel lontano 1947.

Ma com’era nato il nome Schtroumpfs? Da uno scambio a tavola tra Peyo e il collega André Franquin. Il primo vuole chiedere al secondo la saliera, ma non gli viene il nome dell’oggetto e se ne inventa uno: “Passe-moi… le schtroumpf!”. Seguono risate e schtroumpf-tormentone tra i due (“Tiens, voilà le schtroumpf, et quand tu auras fini de le schtroumpfer, tu me le reschtroumpferas!”, risponde Franquin). Poco dopo, quando c’è da tirar fuori un nome per gli ometti apparsi nelle storie di Johan e Pirlouit, Peyo ne ha così uno già pronto. La gag da cui tutto è partito viene citata diverse volte nei fumetti dei Puffi.

I fumetti di Puffetta, Tontolone e compagni pubblicati in Italia da vari editori e su diverse testate, in particolare sul Corriere dei Piccoli, a partire dagli anni Sessanta. Ma la loro prima apparizione era avvenuta un paio d’anni prima, sulla rivista Tipitì dell’editore Dardo. E lì non si chiamavano ancora Puffi.

Siete proprio Puffi come diceva Eco

Il giornalino Tipitì prendeva il nome sempre dalla coppia che poi diventerà John e Solfamì. Johan & Pirlouit erano infatti diventati alla Dardo “Rolando e Tipitì”. Gli Schtroumpfs, invece, “Strunfi”. Il flauto a sei Strunfi non suonava in effetti benissimo, ed è per questo che nel passaggio al Corriere dei Piccoli scelto un altro nome, meno assonante con l’originale ma più eufonico. Puffi, perché ricordava la parola “buffi”. Data la chiave di conversione di Schtroumpfs in Puffi, i nomi dei singoli personaggi italiani sono trasposizioni piuttosto fedeli degli originali: Grande Puffo da Grand Schtroumpf, Puffetta da La Schtroumpfett, Puffo Quattrocchi da Schtroumpf à Lunettes, Gargamella da Gargamel, e così via. Fa eccezione Birba, che in originale è Azrael. Sì, come l’angelo della morte.

Al linguaggio dei Puffi, con il loro verbo jolly puffare, Umberto Eco dedicò nel ’79 un suo saggio, pubblicato su Alfabeta, dal meraviglioso titolo di “Schtroumpf und Drang”. Se avete creduto, in un qualche punto del vostro passato, che le vostre battute sulla riproduzione misteriosa dei Puffi fossero simpatiche, Eco ne parlava già quarant’anni fa, prima della nascita del cartoon. Ed era Eco. Il professore scrive in quel saggio, parlando del villaggio dei Puffi. “Non c’è purtroppo il sesso, perché i Puffi sono una tribù di nanetti blu tutti maschi (tranne una Puffetta che fa apparizioni occasionali e piuttosto fantasmatiche), tanto che non si capisce come si riproducano. Forse si diventa puffi per cooptazione, come all’uni­versità”.

60 anni di Puffi animati

La prima serie a cartoni dei Puffi è nata molto tempo prima, dicevamo, di quella di Hanna-Barbera. Nel ’59 erano andati in onda infatti in Francia nove episodi da 13 minuti l’uno di Les Schtroumpfs, tratti dalle storie a fumetti. I primi sette in bianco e nero, gli ultimi due realizzati a colori. La serie creata dallo stesso Peyo con lo studio TVA Dupuis e l’animazione era rudimentale. Nel 65, cinque episodi di questa serie accorpati per creare il lungometraggio Les Aventures des Schtroumpfs. Oltre che in vari mediometraggi di Hanna-Barbera, come I nostri eroi alla riscossa (con una mega rimpatriata di personaggi dei cartoni uniti contro la droga. I Puffi sono apparsi anche in vari film. Il flauto a sei Puffi, diretto nel ’76 dallo stesso Peyo, le due pellicole a metà tra live action e CGI di inizio decennio firmati da Raja Gosnell (I PuffiI Puffi 2, con a Neil Patrick Harris), e infine il reboot in CGI del 2017 I Puffi – Viaggio nella foresta segreta (Smurfs: The Lost Village).

Un villaggio in pvc

I pupazzetti collezionabili in PVC dei Puffi sono realizzati dall’azienda tedesca Schleich sin dal 1965. La produzione non si è mai fermata e, ad eccezione del ’69 e dell’81, ogni anno introdotti nuovi modelli, per un totale di oltre 400 figure diverse, oltre a casette a forma di fungo, mulini, pozzo e altre costruzioni del villaggio. Venduti in totale 300 milioni di pezzi. Collezione vuol dire collezionisti, e collezionisti vuol dire pezzi rari che valgono un occhio in Rete. Il “Puffo Giardiniere con secchi” o la “Puffetta che prega” costano oltre 200 euro. Sì, dopo aver finito di leggere l’articolo, avete facoltà di correre a vedere quali Puffi vi sono rimasti dagli anni 80 e quanto valgono oggi.

Puffami le sigle

I Puffi hanno avuto in Italia oltre dieci sigle diverse, buona parte delle quali (ma non tutte) cantate da Cristina D’Avena. Quella qui sopra è la prima in assoluto in italiano, “il Paese dei Puffi”, interpretata da Victorio Pezzolla nel 1981, mentre il coro di Augusto Martelli ha cantato “Due giovani eroi, John e Solfami” (1984). Nella colonna sonora del cartone impiegati inoltre molti brani di musica classica, da Schubert a Beethoven.

Per tutte le altre sigle (“Canzone dei Puffi”, “John e Solfami”, “I Puffi sanno”, etc.) ci ha pensato la Cristina nazionale, la cui carriera è decollata proprio grazie al successo incredibile di “Canzone dei Puffi”, suo primo Disco D’Oro, con oltre 500mila copie vendute e otto settimane in classifica. Il brano, qui sopra, riarrangiato da Augusto Martelli con testi di Alessandra Valeri Manera, era basato sull’intro originale del cartone. Dalla versione USA arrivava anche la celebre “Puffi la la la”.

Da quello a Britney Spears che canta in mezzo ai Puffi il passo non è stato neanche troppo lungo, in fondo.

I piccoli comunisti blu

Vivono in un villaggio in cui non circola moneta, ma tutti (più o meno) svolgono un lavoro che li identifica come individui, e ubbidiscono a un grande vecchio barbuto vestito di rosso. Facile capire perché in tanti hanno visto nei Puffi una rappresentazione del comunismo marxista, ma c’è stato anche chi ha accostato gli ometti blu alti due mele o poco più al nazismo (il loro nemico Gargamella simbolo degli ebrei, per il naso adunco e la gatta dal nome biblico), al KKK, alla massoneria, agli hippy e praticamente a qualsiasi altra cosa. I Puffi pastafariani? Magari con le puffbacche ci facevano il pesto, chissà.

I Puffi testimonial Unicef

Quel che è certo è che nel 2005 i Puffi sono diventati testimoni dell’UNICEF, per mostrare gli effetti della guerra sui bambini e raccogliere fondi per riabilitare gli ex bambini soldato in due paesi africani un tempo colonie del Belgio, Congo e Burundi. Come? Nel modo più brutale possibile: mostrando il villaggio dei Puffi devastato dalle bombe. Efficace, no? D’altronde, già nell’ottobre del ’69, pure senza una buona causa a supporto, il Corriere dei Piccoli usciva con questa copertina…

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