Libri e Fumetti

Jeeg Robot e i suoi segreti

Lo chiamavano Jeeg Robot. Però prima di Mainetti, di Santamaria e dello Zingaro. Molto prima. Serie giapponese classe ’75, Jeeg Robot d’Acciaio sbarca sulla TV italiana nel ’79, con le sue gambe salsicciotte a fantasia anguria, la moto indistruttibile di Hiroshi (giovane emulo di Elvis con i calzini fucsia) e i suoi mostri Haniwa da ridurre in coriandoli con una presa dell’orso e un doppio maglio perforante bucapetto. E il mondo, per tanti, tantissimi giovani italiani, non sarebbe più stato lo stesso. Il modo di guardare ai guanti gialli, neppure. Ecco sette cose che forse non sapevate su Jeeg!

Lo zio del barone

Come tante altre serie anime, Jeeg Robot d’Acciaio (Kotetsu Jigu) nasce su commissione. La Takara, azienda nipponica del giocattolo che per vie traverse e lo zampino degli americani contribuirà anni dopo alla nascita dei Transformers, chiede a Go Nagai, il papà di Goldrake e dei Mazinga, di tirar fuori un’idea per un robot componibile. Perché l’azienda ha in cantiere dei nuovi pupazzetti della sua linea Microman in cui le parti si aggancino mediante delle sfere magnetiche. E là, ecco la storia dei “componenti” lanciati da Miwa a bordo del Big Shooter. Il concept e gli stampi di Jeeg verranno impiegati due anni dopo (1977) da Takara per dei giocattoli che in Italia avrebbero raccolto un enorme successo con il nome di Micronauti.

I ragazzini dei primi anni 80 che si scervellavano sulla somiglianza tra Jeeg e i vari Baron Karza, Force Commander, etc. (che avevano tanto di cavalli su cui agganciare il busto del robot, come faceva Jeeg Robot) venduti dal giocattolaio, non potevano immaginare che tutto provenisse dalle stesse fabbriche. Takara commissionò l’anno dopo un altro robot televisivo dalle caratteristiche simili per spingere le vendite dei suoi giocattoli calamitati. E ora sapete com’è nato anche Gackeen, il robot magnetico.

La vera regina

Se per i Mazinga si era ispirato alle leggende micenee, per Jeeg Robot Go Nagai pescò a piene mani dalla storia remota del Giappone. Quella del periodo Yayoi, dal III secolo a.C. al III d.C., un’epoca in cui prosperò il potente Regno Yamatai, proprio quello che ritorna dal passato, riemergendo dalle rocce, in Jeeg. Quella cultura era molto legata agli oggetti in bronzo, in particolar modo alle campane usate durante i riti sacri, il che spiega quella miniaturizzata con grande praticità nel petto di Hiroshi.

La stessa regina Himika si rifà alla figura di una leggendaria regina sciamana realmente esistita, Himiko. Da notare le suggestive acconciature dei suoi sudditi. Sono le stesse, con quei bizzarri codini laterali, di quelle portate dai soldati della regina mostruosa nell’anime. E così tanti altri nomi e figure del cartone richiamano storia e antiche leggende giapponesi. Compresa l’astronave Yamatai, versione sci-fi di un mostro mitologico: Orochi, un drago a otto teste.

Cyborg al quadrato

Prima di accartocciarsi per formare la testa di Jeeg, Hiroshi Shiba – tramutato in un cyborg da suo padre, per salvargli la vita – assume l’aspetto di una sorta di demone cornuto. In tuta da ginnastica. Nel corso della serie, però, questa configurazione intermedia assunta dal ragazzo cambia. La seconda versione cyborg, con casco e pipistrello alla Batman sul petto, è una strizzata d’occhio ai tokusatsu, gli eroi dei telefilm giapponesi, che in quegli anni vanno fortissimo sulle TV dell’arcipelago nipponico.

La posa assunta durante la trasformazione da Hiroshi è invece una scopiazzatura bella e buona dei disegni del grande Burne Hogarth, fumettista e autore di celebri (e ricalcatissimi in tutto il pianeta, appunto) libri sull’anatomia artistica.

Morite tante volte, mostri di roccia!

Il film di Mainetti non è stata la prima pellicola ad arrivare nei cinema italiani con il nome di Jeeg. C’era stato infatti, già a fine ’79, La più grande vittoria di Jeeg Robot (aka Jeeg il robot d’acciaio contro i mostri di roccia!), un film di montaggio realizzato assemblando vari episodi della serie. Di scarso valore (è un’accozzaglia di scene di combattimento), soprattutto oggi che in DVD è disponibile la serie originale nella sua interezza, il film è stato riproposto più volte in home video, da ultimo in una versione DVD una decina di anni fa, con tanto di interviste ai doppiatori originali come extra.

Il pupillo, le pupille

Nel 2007, un nuovo Jeeg fa la sua comparsa sulla TV giapponese. Kotetsushin Jeeg (da noi anche Shin Jeeg Robot d’acciaio) è una serie di 13 episodi trasmessa qualche anno fa anche in Italia, con tanto di linea di giocattoli ufficiali al seguito. La storia è ambientata 50 anni dopo l’originale, con una Miwa invecchiata, un nuovo protagonista e il ritorno di Hiroshi. Sembra un seguito, ma tante cose non collimano (dalla natura di Himika al Professor Shiba redivivo), rendendolo una sorta di sequel parallelo. O quello che è. Nel gran finale, torna in azione anche il vecchio Jeeg per dare una mano a quello nuovo.

Solo che qualcuno, per una qualche incomprensibile ragione, gli ha piazzato due pupille insignificanti negli occhi.

Bruce Jleeg

Jeeg Hiryuden è invece un reboot a fumetti di Jeeg, uscito in Giappone nel 2016. Una versione adulta e violenta, con un mix di arti marziali (Hiroshi pratica una sorta di kung fu) e complotti governativi. Ché i mostri di roccia, ormai, non sono più questo grande problema, c’è sicuramente di peggio. È firmata dal mangaka Shinobu Kaze e di prossima pubblicazione anche in Italia.

La sigla di Jeeg Robot

Per la sigla italiana del cartone venne usata la base della versione giapponese, sovrapponendo il minimoog perché la pista originale mono era qualitativamente scadente. A cantare il brano fu chiamato Roberto Fogu, in arte Fogus, e il disco vendette molto, ma non moltissimo. Nonostante la grande popolarità di Jeeg e di tutto il suo merchandising.

La CLS Records pubblicò infatti il 45 giri con la faccia di uno dei generali di Himika, Amaso, anziché quella di Jeeg. Semplicemente, non si aveva molta fiducia nella riuscita del disco. Mariano, proprietario della CLS, era convinto che la sigla di un cartone mandato in onda dalle rete private, anziché dalla RAI, non avesse molte chance. Nonchè non si conoscevano le fattezze di Jeeg e quella c’era come immagine disponibile. Esiste un’altra versione della sigla, cantata dai Superobots e uscita come lato B del disco Il Grande Mazinger, lanciato tempo prima da un’altra etichetta per soddisfare le richieste dei giovani spettatori.

Pelù e controPelù

Quanto a Piero Pelù, una delle più ingenue, persistenti (e oggi portatrici sane di tenerezza) leggende metropolitane pre-Internet voleva il cantante dei Litfiba quale vero interprete della sigla storica al posto del povero Fogus (volato in cielo nel ’95). Con tutto che Pelù nel ’79 aveva solo 17 anni. Ma siccome le cose succedono, a furia di menargli il torrone con questa storia, alla fine la sigla l’ha cantata anche lui, nel 2008:

Le leggende metropolitane che diventano quasi corrette, a furia di scocciare il diretto interessato. Una storia vera.

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