Libri e Fumetti

L’invincibile Shogun

Quanto sangue si sarebbe potuto evitare se Mitsukuni Mito, nel suo pellegrinaggio attraverso il Giappone in compagnia delle sue guardie del corpo, quel simbolo della sua famiglia lo avesse mostrato all’inizio di ogni zuffa con i criminali di turno, anziché alla fine? Dopo tutto quel rituale che comprendeva il “lancio della fascia della potenza” al mastodontico Kaku? “Arrendetevi! Riconoscete questo simbolo? È il simbolo dello shogun Mitsukuni Mito! Inchinatevi al suo cospetto e chiedete perdono delle vostre malvagità!”. Dirle prima le cose, no? Ecco alcune cose che forse non sapevate su L’Invincibile Shogun, dalla parentela con un robot gigante a quella con una serie TV live action pressoché infinita.

Il manga del mito e dei Simpson

L’Invincibile Shogun debutta su Tokyo Channel 12 (poi TV Tokyo) il 3 settembre del 1981. Con il primo di 46 episodi che si concludono il 15 luglio dell’anno successivo. Il titolo originale dell’anime è Manga Mito Komon, cioè “Mito Komon a fumetti”. In Italia debutta sulle TV locali poco dopo, ma viene trasmesso anche in molti altri paesi, tra cui l’Iran e la Cina. Parallelamente alla messa in onda, ne viene serializzata una versione a fumetti sulle pagine del magazine Adventure King della Akita Shoten.

Nella versione italiana, Mitsukuni Mito (Mito Komon) viene doppiato da Mario Milita: scomparso nel 2017, Milita è stato, tra le altre cose, la voce di Fred Flintstone ne Gli Antenati, del signor Flanagan in Candy Candy e di Nonno Simpson ne I Simpson. A doppiare le due guardie del corpo, l’atletico Shuke (Sukesaburo) e il roccioso Kaku (Kakunoshin) erano invece il celebre Massimo Rossi e Giorgio Locuratolo (David Hasselhoff, ma anche Alcor di Goldrake, Arthur in Candy Candy e Stan Lee nei Simpson). La voce di Yuki era di Antonella Baldini, doppiatrice delle protagoniste di svariati cartoni (dall’Ape Maia a Flo, la piccola Robinson, Anna dai capelli rossi, Georgie…), ma anche, per tornare in tema, di Sasuke, il piccolo ninja.

Lo Shogun che non era Shogun

Il protagonista de L’Invincibile Shogun, l’anziano Mitsukuni Mito, è ispirato a una celebre figura storica del Giappone. Entrata nel mito grazie a una serie di racconti del periodo Edo (Mito Mitsukuni Man’yūki) che ne presentavano in maniera romanzata i viaggi attraverso il paese. Mitsukuni Tokugawa non era uno shogun, ma un daimyo (alta carica feudale corrispondente a un capo clan/signore della guerra) appartenente alla dinastia Tokugawa, che regnò sul Giappone per oltre duecento anni.

Nipote dello shogun Ieyasu, si scelse il nome d’arte Mito Komon, “la porta dorata di Mito”, che richiamava sia il simbolo della sua casata (quello ostentato nell’anime), sia la sua città di provenienza, Mito. Tra le altre cose, il vero Mitsukuni Mito era un grande fan della cucina e si vantava di esser stato tra i primi giapponesi ad aver assaggiato cibi esotici come… il ramen (introdotto in Giappone dal confuciano Zhu Zhiyu, che cercò asilo presso la sua corte), il vino e lo yogurt. Non tutti gli storici sono concordi su questa versione delle origini del ramen, ma di certo, fosse vissuto oggi, Mitsukuni Mito avrebbe spopolato sui canali tematici dedicati a viaggi e food, visto che commissionò ad alcuni suoi sottoposti lo Shinpen Kamakurashi, la prima guida turistica (in otto volumi!) alla città di Kamakura.

Shogun Tel-edo-novela

Il racconto popolare Mito Mitsukuni Man’yūki divenne nel corso del tempo una serie di romanzi. E poi, a partire dagli anni 50, una serie di film e produzioni televisive. Il drama Mito Komon, uno sceneggiato televisivo di genere jidaigeki, cioè di ambientazione storica, è andato in onda in Giappone ininterrottamente per oltre quarant’anni, dal 1969 al 2011. Nei panni del protagonista si sono alternati cinque attori diversi.

Il titolo originale de L’Invincibile Shogun (Manga Mito Komon) allude proprio al fatto che si trattava della versione animata di questo show dal vivo, all’epoca ancora interpretato da Eijiro Tono (I Sette Samurai, Viaggio a Tokyo, Tora! Tora! Tora!, Morte di un maestro del tè). Per le prime otto stagioni del drama, Kaku aveva il volto di Tadashi Yokouchi, che per la voce profonda è stato chiamato spesso a doppiare per il pubblico giapponese personaggi tenebrosi: come il Dr. Hans Reinhardt di The Black Hole – Il buco nero… o J.R. Ewing di Dallas.

Castori e pallavoliste

L’Invincibile Shogun venne realizzato dalla Knack Productions, studio formato nel ’67 da un gruppo di esuli della Toei Animation e della Mushi Production di Osamu Tezuka. Uno studio che in Giappone si è ritagliato una fama non del tutto limpida, per la qualità – diciamo così – altalenante delle sue produzioni. Tra le serie sfornate negli anni, Moon Mask Rider, Astroganga, Don Chuck castoro, Groizer X, Piccolo Principe, Robottino e gli OAV di Crows, ma soprattutto Mila e Shiro – Due cuori nella pallavolo. Tra i suoi lavori su commissione, anche la mano data a Gainax e Production I.G. nel ’97 per il film Neon Genesis Evangelion: The End of Evangelion. La sua serie di fantascienza Chargeman Ken!, del ’74, è diventata su Internet una fonte infinita di meme per i valori di produzione bassissimi. Nel 2008 l’azienda ha cambiato nome in Ichi Corporation.

Ha la mente e la faccia di Tetsuya? Da pilota di Mazinga a spalla dello Shogun

Se Shuke de L’Invincibile Shogun vi ricorda qualcuno, e se quel qualcuno risponde al nome di Tetsuya Tsurugi e pilotava il Grande Mazinga, beh, è normale: i due personaggi hanno fondamentalmente lo stesso padre. Nel senso che del character design di entrambe le serie si è occupato Keisuke Morishita, il che spiega la spiccata somiglianza. In carriera, Morishita è stato anche regista e direttore dell’animazione di serie come Candy Candy, Mazinga Z, Nino il mio amico ninja, Goldrake, Che campioni Holly e Benji!!! (Captain Tsubasa J) e vari film di Doraemon. Le musiche della serie sono invece di Kentaro Haneda, compositore e professore della Tokyo College of Music, scomparso nel 2007 a 58 anni e noto per le OST di Baldios, Macross, Il fiuto di Sherlock Holmes, Caro fratello, oltre che per quelle di videogiochi come le serie Wizardry e Suikoden.

Cham-ba-ra!

Parlando di musiche. Tra le cose che si ricordano oggi di più de L’Invincibile Shogun, oltre all’ostentazione di quello che per tanti giovani spettatori era all’epoca poco più di uno strano “taccuino” con un simbolo dorato (la malvarosa dei Tokugawa). C’è senza dubbio la sigla. L’Invincibile Shogun faceva infatti parte di una ristretta cerchia di anime che utilizzavano direttamente la sigla originale giapponese (come Zambot 3, Hurricane Polimar, Slam Dunk, Evangelion. Sia la sigla di testa, “The Chambara” (altrimenti nota come “Tamashio Chambara”), che quella di coda, “Beautiful morning”, erano cantate da Mikio Tsukada.

Cantante e interprete di musical nato a Tokyo, Tsukada era soprannominato Mickey, come Topolino. Nonostante fosse alto un metro e ottantuno. Dell’anime sono state realizzate negli ultimi dieci anni anche due sigle in italiano: la prima dei fratelli Balestra, la seconda di Santo Verduci. Tornando a quella giapponese, sì, avete facoltà di cantarla a squarciagola fino a sera agitando la tessera dell’autobus o il passaporto.

Robo(te)ttone e Shogun

L’Invincibile Shogun non è la sola versione anime romanzata della vita da viandante del daimyo che amava il vino e le guide turistiche, soprattutto grazie alla popolarità dell’interminabile drama summenzionato. Come la serie erotica Manyū Hiken-chō del 2011, ambientata in una versione dello shogunato Tokugawa in cui a comandare sono le donne con i seni enormi (ehr…) o come il vecchio anime robotico dell’81 Daioja. Inedito in Italia e andato in onda in Giappone negli stessi mesi de L’Invincibile Shogun, Saikyo Robo Daioja della Sunrise rappresentava una declinazione sci-fi della storia del viandante Mito Komon, con la storia di Mito, principe di Edo, che viaggia tra i mondi in compagnia dei suoi due attendenti. Il robot del titolo, il Daioja, era come Daitarn III fortemente legato ad armi e motivi del Giappone tradizionale, e impugnava una coppia di jitte, armi bianche nate durante lo Shogunato, quando era fatto divieto a chiunque (volesse conservare la testa sul collo) di portare lame nel palazzo dello shogun, guardie incluse. E sì, sul petto del robot c’è una versione stilizzata del simbolo dei Tokugawa: tenerlo lì era più pratico del tirar fuori ogni volta quel “taccuino”…

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