Dalla tua parte

Covid e l’aumento dei femminicidi

Sharon Barni, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Ylenia Fabbri, Piera Napoli, Lulieta Heshta. Questi i nomi delle donne uccise dall’inizio del 2021. Quasi una ogni 5 giorni e 3 di questi delitti sono avvenuti nell’arco di 24 ore. Quando si parla di femminicidi, si fa riferimento a un fenomeno complesso in quanto spesso le dinamiche che lo delineano riguardano l’intera sfera familiare. Dall’individuo, alla coppia e ai figli, se presenti. Nel primo semestre del 2020 le pagine di cronaca nera si sono ulteriormente incupite con un numero di delitti pari al 45% del totale degli omicidi. Rispetto al 35% dei primi sei mesi del 2019. Durante i mesi di lockdown di marzo e aprile 2020 hanno raggiunto ben il 50%. 

Ma cosa succede nelle mura domestiche?

 La pandemia ha avuto un effetto sicuramente esasperante. La convivenza forzata, le pressioni finanziarie e relazionali, hanno fatto saltare i meccanismi difensivi e le routine protettive, facendo esplodere situazioni drammatiche e precarie. Il ciclo si articola in tre fasi. Un primo momento dove la tensione aumenta, alimentata da una comunicazione verbale subdola, dove cresce il nervosismo da parte dell’uomo che diventa ambiguo e irritato nei confronti della partner. Si fa riferimento a problemi di solito già noti come la gelosia o magari situazioni di droga o alcolismo. Se non ci sono quindi dinamiche vendicative o di minacce di abbandono fondate in atto, l’esplosione della violenza vera e propria, può essere scatenata anche da un semplice battibecco. Segue quindi una fase di finta riappacificazione dove si giura pentimento e si pronunciano frasi d’amore. Si instaura un clima di ri-accoglienza mista a timore, ma è questione di tempo fino alla comparsa del successivo episodio. La donna solitamente si ritrova isolata, criticata, derisa, squalificata e minacciata. Ecco quindi che questa “impotenza appresa” si radica fino all’esasperazione. L’uomo può incolpare gli altri per quello che succede e, anche a tutela di se stesso, minimizza e banalizza l’accaduto. Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito a scenari di ricerca di un vero senso di comunità. Ma da quando si cantava dai balconi i mesi sono passati, fino ad arrivare a parlare di una vera e propria nevrosi di massa, generata dalla pressione costante sull’individuo e, quindi, sull’intero sistema famiglia, da un punto di vista economico, sociale e relazionale.

I dati sulla donne dei centri antiviolenza

Nelle prime settimane di lockdown, i centri antiviolenza hanno registrato un calo delle segnalazioni proprio perché le donne, esposte alla convivenza forzata, non solo erano fisicamente impossibilitate alla segnalazione a causa della costante sorveglianza del partner, ma anche dalla impossibilità di poter recarsi in un posto sicuro data la contingenza della pandemia. Ecco poi che la situazione si inverte con la riapertura estiva. Non è un caso infatti che i divorzi nel 2020 siano aumentati del 60% rispetto al 2019.  Il 30% dei divorzi avviene per violenza domestica e la restante percentuale è da ricondurre ad altre cause. Le richieste di separazione e divorzio erano tali da costringere il nostro sistema di giustizia ad appoggiarsi a varie forme di supporto telematico per far fronte alla situazione. Vedendo i primi dati del 2021, ci si prospetta un anno allarmante: l’individuo dopo un anno di aperture e chiusure a singhiozzo, ha due vie davanti a sé: il crollo dei meccanismi di difesa, o attingere alle proprie risorse personali per poter trovare delle soluzioni efficaci. Nemmeno in questi giorni in cui il nuovo governo Draghi si dovrà mettere al lavoro su diversi fronti, è sano pensare che una situazione trasversalmente drammatica in cui riversa il nostro Paese possa essere risolta con la bacchetta magica o per l’imposizione delle mani. Donne vittime di violenza e uomini maltrattanti, sono configurazioni che non nascono dal nulla, sono spesso modelli familiari perpetrati di generazione in generazione, ma la scia già rossa che scorre fin dai primi giorni del nuovo anno non può che far puntare i riflettori non solo sul fenomeno in sé, ma su un intero tessuto sociale che tende a sfaldarsi.

Il problema psicologico

A riflettere su una cultura condivisa che non ha gettato solide basi e sulla necessità di una rete di supporto efficace, sia da un punto di vista psicologico che sociale. Il dramma e il senso di impotenza e ingiustizia sul breve termine e su modelli comportamentali che non si esauriscono con una sentenza. Il tutto con costi enormi per la persona e per lo Stato. Un approccio adeguato per un fenomeno così complesso è quello integrato, concependolo all’interno di una visione a lungo termine, concependo investimenti e politiche. Certamente i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma la scia rossa, sta sotto gli occhi di tutti.

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