Dalla tua parte

Tre donne venete che hanno cambiato la storia italiana, con le loro battaglie, la loro tenacia, il loro impegno

Questa volta mi sono concentrata sulla mia voglia di raccontare la storia di donne che hanno fatto la storia. Erano donne di coraggio, valore che con tenacia hanno vinto battaglie che hanno portato il nostro Paese a prendere una svolta importante. Ho dovuto fare una scelta, ovviamente, ma ho preso tre grandi persone venete che hanno portato in alto il nome della nostra Regione. Forse come donna mi sono sentita più coinvolta nelle loro lotte anche perchè hanno agito in mondi che erano considerati solo “maschili”.

Il primo esempio

Il primo esempio che voglio portare è Lina Merlin senatrice socialista, padovana,  antifascista al confino. Nella Costituente, contribuisce alla scrittura della Costituzione. E’, infatti, a lei che si deve l’articolo 3 che dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di razza, di religione, lingua, opinioni. Siamo nel 1948. Il voto alle donne è arrivato solo nel 1946 con il referendum per scegliere se l’Italia doveva restare una monarchia o diventare una repubblica. E’ con lei, in pratica che per la prima volta per la legge italiana uomini e donne vengono messi sullo stesso piano dei diritti.

La legge Merlin

La stessa Merlin si batte, alcuni anni dopo, con una legge per l’abolizione delle case chiuse (i bordelli o casini come si chiamavano al tempo) e quindi della prostituzione sulla quale lo Stato ritirava una percentuale sotto forma di tasse. Si batte per abolire lo sfruttamento ed è questo il senso della sua legge. La prostituzione è un’altra cosa. Presenta la sua legge nel 1948 e ci vorranno dieci anni per l’approvazione. I bordelli verranno chiusi nel settembre 1958. Non senza proteste. Perchè dieci anni? Perchè i maschi si ribellarono a “quella” consuetudine, senza pensare quanto fosse indegno che uno stato civile incassasse denaro dalla prostituzione. Forse c’era più controllo e ora le prostitute le troviamo nelle strade. Ma sono schiave. E’ questo il senso più profondo del lavoro fatto da Lina Merlin: abolire la schiavitù.

Il mio secondo esempio

Tina Merlin. Questa si chiama Tina. Non ha nessuna parentela con Lina e fa la giornalista. E’ brava, esperta, si reisce a districare in un mondo di uomini, non senza fatica e sudore. Deve lavorare per emergere il triplo. Indaga, cerca, racconta le storie che nessun uomo voleva raccontare. E’ lei che denuncia i gravi problemi idrogeologici legati alla costruzione della diga sul Vajont.

Il Vajont

Parla dei pericoli, illustra studi fatti dall’Università di Padova che prevedono un possibile crollo della montagna con effetti disastrosi per la popolazione. Scrive per il quotidiano L’Unità. Non si pone il problema della reazione. Va avanti per la sua strada. Viene anche denunciata per aver diffuso notizie atte a turbare l’ordine pubblico. Verrà assolta, ma purtroppo aveva ragione lei. Quando il 9 ottobre 1963 un pezzo del monte Toc cade nell’invaso della diga è la tragedia: un’onda eccezionale si riversa sulla valle provocando duemila morti. Il Vajont in una notte non esisteva più. Tina Merlin si recherà su quella montagna di acqua e fango che aveva inghiottito paesi e uomini. Piangerà. Lei aveva detto la verità. Ma era una donna. E non le hanno creduto.

Il primo ministro donna

Arriviamo alla fine con il terzo esempio da ammirare. Per avere una donna ministro bisogna attendere il 1976 ed è una veneta di Castelfranco, Tina Anselmi, democristiana. Partigiana, insegnante, diventa la prima donna ministro. Incarico al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Si deve a lei la legge sulle pari opportunità. Da ministro della Sanità è lei che vara la legge che istituisce il servizio sanitario nazionale con la Riforma che estende a tutti l’assistenza sanitaria.

La P2

E’ stata presidente della Commissione sulla P2, il più grande scandalo dell’Italia anni Ottanta che coinvolge l’intera struttura dello stato con una loggia deviata della massoneria: politici, magistrati, alti ufficiali, funzionari, giornalisti. Tantissimi i nomi, da Berlusconi a  Fabrizio Cicchitto a Maurizio Costanzo per chiudere con Licio Gelli. Quattro anni di lavoro scomodo e coraggioso, tra il 1981 e l’85, scavando nei segreti di un “nocciolo del potere fuori dalla scena del potere” dietro il quale si nascondevano affari e tangenti, legami con la mafia e lo stragismo, omicidi eccellenti e addirittura un progetto politico anti-sistema. Una sorta di “interpartito”, così fu definita la loggia guidata dal maestro venerabile Licio Gelli, che nelle sue liste raccoglieva 962 uomini tra i vertici del Paese. Cioè generali di carabinieri, finanza, esercito, aeronautica, marina, e poi parlamentari, banchieri, imprenditori, manager, editori, giornalisti, magistrati, personaggi vicini al Vaticano. Un’indagine di enorme portata, che toccava livelli impensabili, in cui la fantapolitica divenne realtà concreta. E che per la Anselmi si tradusse ben presto in un calvario di veti e interdizioni politiche, delegittimazioni, minacce inquietanti, come quando le fecero trovare tre chili di tritolo sotto casa. Una prova che affrontò e superò con un’imperturbabilità e con una fermezza assoluti, vestendo i panni di una sorta di “pubblico ministero del popolo”. Ispirandosi allo stesso senso del bene comune che l’aveva portata a vestire i panni della staffetta partigiana, quando non era ancora ventenne.

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