"Il legale" risponde

Flat Tax ed auspicata semplificazione del sistema tributario

Rubrica a cura dell’Avv. Stefano Artuso

Nell’ormai imminente Legge di Stabilità dovrebbe comparire – seppur per un novero ristretto di contribuenti – un accenno di flat tax, quell’imposta proporzionale che, diversamente dall’attuale Irpef, prevedrebbe un unico scaglione (o forse due? o forse tre?) che resterebbe invariato, nonostante l’aumentare del reddito.

Non è mia intenzione soffermarmi sul tema-principe del dibattito, ovvero la copertura del disavanzo che si verrebbe a creare con l’adozione dell’aliquota unica.

A parte alcune dichiarazioni di leaders politici, l’unica proposta articolata, e perciò analizzabile, è quella del Sen. Nicola Rossi (Flat Tax, aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo, ed. Marsilio, 2018, p. 159), che indica in 27 miliardi di Euro il costo della riforma, da finanziarsi interamente mediante una revisione della spesa pubblica.

Altri sono gli aspetti che, a mio avviso, meritano d’essere considerati.

Primo tra tutti, l’auspicata semplificazione del sistema che la flat tax sarebbe in grado di garantire.

Tale imposta è già una componente essenziale del nostro sistema tributario. Sono proporzionali l’Ires, l’Irap, i redditi da capitale e quelli da locazione immobiliare.  Ci si è chiesti se, per tali imposte e per tali redditi, l’aliquota unica abbia apportato un qualche beneficio in termini di maggior semplificazione?

Non solo. La flat tax verrebbe introdotta, nelle bozze di lavoro del Governo, per i soli redditi da lavoro autonomo, nonché per i redditi di impresa non soggetti ad Ires.

Non pare che le complessità del sistema derivino dalla coesistenza di più aliquote. Il problema sta nelle mille regole e nelle altrettante eccezioni a quelle regole, che la flat tax non è certo in grado di eliminare.

Un esempio su tutti: per i redditi di impresa non soggetti ad Ires, così come per i redditi dei lavoratori autonomi, anche in regime di flat tax sarebbe prevista la tassazione di un reddito al netto delle spese di produzione, con tutte le questioni che ne derivano, in termini di adempimenti e condizioni/limiti di deducibilità.

Sotto tale profilo, dunque, non si vede quali sarebbero i vantaggi garantiti dalla revisione del sistema.

Un cenno merita, infine, la questione dell’equità fiscale.

La proposta del Sen. Rossi, e così le stime della stampa specializzata, concordano nel ritenere che circa un 50% dei contribuenti – in particolare, la fascia medio/bassa – subirebbe un aggravio di imposta con il passaggio all’aliquota proporzionale.

Che ne sarebbe dei principi fondanti il nostro sistema Costituzionale?

L’imposta è anche (e prima di tutto) un dovere espressione di solidarietà sociale, che trova fondamento nell’art. 2 della Costituzione; la fonte primaria della contribuzione alle spese pubbliche è la capacità contributiva del singolo (di cui all’art. 53 Cost.), non identificabile con la mera capacità economica, ovvero con la sua ricchezza.

L’Irpef a scaglioni progressivi è coerente con la funzione solidaristica e redistributiva dell’imposta, che – al contrario – un sistema ad aliquota proporzionale rischia di mettere in secondo piano.

Avv. Stefano Artuso

 

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