Salute e Medicina

Banca del plasma. In Veneto la prima

Dall’ospedale di Padova risultati incoraggianti sui 12 pazienti curati con la terapia sierologica. «Se i miei clinici dicono che i pazienti aprono gli occhi con questa terapia io ho l’obbligo morale di andare fino in fondo». Commenta Zaia. Dopo i test a campione e il modello di Vo’ Euganeo, il Veneto ora fa un appello ai suoi 3.600 guariti dal Covid. Per la donazione del plasma. Con i risultati positivi arrivati dalla sperimentazione su 12 pazienti all’azienda ospedaliera di Padova, il governatore della Regione Luca Zaia ha annunciato la creazione della prima banca del plasma dei pazienti guariti dal Coronavirus. «Ora servono donatori»

Come è nata la banca del plasma

Nasce quindi in Veneto la prima BANCA DEL PLASMA all’Azienda ospedaliera di Padova, dove l’équipe dell’immunologa Giustina De Silvestro ha trasfuso il siero a 12 pazienti infetti conseguendo «progressi significativi» nella totalità dei casi. «Siamo partiti per primi con i test sierologici. E riguardo alla cura sierologica qui si fanno già da tempo su 12 pazienti. Cure che hanno avuto esito incoraggiante tanto che nelle prossime ore lanceremo una raccolta di sangue. Una grande banca di sangue di pazienti che si sono ammalati e sono guariti», ha dichiarato Luca Zaia. «Ci sono stati buoni risultati. Di questi alcuni sono stati dimessi dalla terapia intensiva. Mentre altro sono stati trasferiti in altri reparti di degenza». Conferma l’immunologa Giustina de Silvestro. A capo dell’equipe che ha fatto le trasfusioni a 12 pazienti infetti.

Il dibattito

Il dibattito intorno all’utilizzo del plasma dei pazienti guariti è sempre più acceso nelle ultime settimane, ed è diventato ormai scontro di terreno politico. «Adesso gli scienziati – precisa il governatore Zaia – vogliono fare aprire un dibattito sulla validità del sierologico. Che lo facciano. La plasmaferesi esiste da 30 anni, noi in Veneto ne facciamo 50 mila all’anno per molti malati cronici di altre patologie».

Le conclusioni del Presidente

E poi conclude: «Se i miei clinici, che sono tutti grandi professionisti, dicono che i pazienti aprono gli occhi con questa terapia io ho l’obbligo morale, prima che ancora scientifico, di andare fino in fondo e capire se funziona. Cosa sarebbe avvenuto se avessimo ascoltato le indicazioni di questi scienziati sui farmaci sperimentali? Per fortuna non li abbiamo ascoltati».

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