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Ciclismo su pista, Ganna trascina l’Italia all’oro nell’inseguimento: titolo olimpico dopo 61 anni

Non hanno pedalato, hanno volato nella stratosfera. L’oro azzurro del quartetto su pista è stato un decollo verticale, noi sempre in vantaggio sui danesi, poi al terzo chilometro (su quattro) una lieve flessione, infine i tre giri dell’uomo treno, cioè Filippo Ganna. Il suo spaventoso motore ha permesso rimonta e sprint come ieri contro la Nuova Zelanda, due spaventosi record mondiali in altrettanti giorni. Perché Ganna è semplicemente il più forte passista al mondo, il più grande cronoman del pianeta quando la strada è liscia come una pista, invece se c’è salita non vale, se c’è salita è una cronometro impura e per tutti i figli e i nipoti di Anquetil (lui era francese, ma pedalava con una coppa di champagne sulla schiena e resta il padre spirituale dei cronoman) è un’altra storia.

61 anni di attesa

Da 61 anni non si vinceva questa medaglia scintillante, ed è successo proprio nel momento peggiore per le squadre azzurre a Tokyo, eliminate in serie nell’arco di 48 ore. Peraltro, il quartetto su pista è squadra anomala, lì sono soltanto quattro, è la somma di un poker di individualità che fanno sistema, ritmando il tempo come fossero un orologio solo. E il tempo, alla fine, è stato prodigioso: 3’42″032, mai nella storia quattro uomini in bici erano andati così forte. “La scelta di preparare la crono su strada e poi quella su pista la rifarei, vista la medaglia che adesso ho al collo”, dice Ganna. “Ma quelli bravi sono stati loro, i miei compagni che mi hanno permesso di arrivare agli ultimi giri con il ritmo giusto, poi si trattava solo di pedalare forte. Continuare con strada e pista? Ve lo dico domani, fatemi dormire un po'”.

Vittoria incredibile

Questa è anche la vittoria del cittì Davide Cassani, responsabile tecnico di tutte le nazionali di ciclismo, rimandato a casa in anticipo con ben poco garbo e prossimamente sostituito. Ma è stato proprio lui, in questi anni, a credere più di ogni altro nell’unione programmatica di strada e pista, senza le assurde barriere del passato. Se ne ricordino la Federciclismo e il Coni. “Una cosa del genere era difficile persino da sognare, però dovevo mostrare ai ragazzi quanto ci credevo”. Marco Villa è un cittì commosso quando i suoi quattro giovanotti gli mettono al collo le loro medaglie d’oro. Piange e parla. “Lavoriamo alla costruzione di questo giorno da cinque anni, cioè da Rio 2016, ci siamo migliorati di continuo, si vedeva che il gruppo era molto buono e siamo venuti in Giappone per divertirci e vincere. Poi, riuscirci è un’altra cosa, ma credo che il nostro record mondiale di ieri abbia fatto diventare le gambe molli agli avversari”.

In attesa di Viviani

E’ la trentanovesima medaglia olimpica del ciclismo azzurro su pista. L’ultimo oro, a Rio con Viviani nell’omnium e domani il veronese ci riprova. L’Italia è sempre stata una nazione-guida in una disciplina dimenticata, con sempre più velodromi chiusi (il glorioso Motovelodromo di Torino è un monumento alla tristezza e all’incuria, nonostante ripetute promesse e progetti di recupero). Correre in pista, in Italia, è come essere dei panda, delle foche monache: i nostri ragazzi sono creature in via di estinzione, però con una medaglia d’oro al collo. Servirà anche alla politica dello sport e delle amministrazioni comunali?

Un’impresa titanica

Gli azzurri hanno realizzato un’impresa memorabile contro la Danimarca favorita e campione del mondo. Hanno volato fin dal primo metro. La partenza fulminante di Francesco Lamon è stata poi cavalcata da Simone Consonni, il “direttore” del quartetto, mentre il terzo staffettista Jonathan Milan, ventenne dal talento enorme, ha cercato di non farsi prendere sul ritmo dai danesi. A quel punto, l’uomo treno ha fatto il resto, ha fatto tutto, appoggiando però il suo capolavoro su una parete che era stata costruita dagli altri. Diciamo che i primi tre hanno messo i mattoni e fatto il muro, poi Ganna ha preso chiodi e martello e su quel muro ha appeso la Gioconda.

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