Sport

Il gol che causò la partita del secolo

Chissà…. se Karl Heinz Schnellinger non avesse segnato quel “maledetto” gol dell’1-1 al 91’ mentre si stava recando in spogliatoio oggi non parleremo della “Partita del secolo”. “Volkswagen” come veniva chiamato Schnellinger per la sua regolarità all’epoca vestiva la casacca rossonera del Milan e, visto che la sua squadra era sotto di un gol, si stava recando verso lo spogliatoio (all’epoca non c’erano i recuperi lunghi di oggi) forse nemmeno lui sapeva che sarebbe passato alla storia. Con la rapacità dell’attaccante esperto e con quella che si chiama forza della disperazione, complice anche una difesa in quel momento distratta, il difensore teutonico in spaccata piazzò la rete del pareggio che ci condannò a giocare i tempi supplementari più belli che mai si sono visti nella storia del calcio.

Il gol che regalò una partita alla storia

Italia Germania 4-3 taglia il traguardo di mezzo secolo di storia. I primi 90 minuti dopo il gol di Bonimba erano stati abbastanza noiosi. Forse se avessimo vinto per 1-0, ci saremmo risparmiati quei 30 minuti di supplementari che poi ci costeranno cari nella finale contro quel “Disumano” Brasile. Però, e qui analizzo il bicchiere mezzo pieno, ci saremmo persi una mezz’ora che è giustamente passata alla storia. E che ancora quando ci viene proposta risulta attualissima e riesce ancora ad esaltarci.

Un gol che cambiò tutto

Appunto quella mezz’ora. All’epoca la tv non era a colori ma in bianco e nero. Nando Martellini era il telecronista, persona pacata dai modi gentili aveva preso il posto, di uno che ogni tanto sapeva “colorare” le partite con il suo proverbiale “Gol, no quasi gol”, vale a dire Niccolo’ Carosio. Iniziano i supplementari. La Germania passa in vantaggio con quello che venne definito “L’uomo dei piccoli gol”, tale Gerd Muller, un Paolo Rossi ante literam. Un cecchino spietato, al minimo errore castigava: non è un caso se in carriera realizzerà oltre 700 reti. Lo sconforto di Martellini lo si capisce dal commento, sa di resa. Il tono della voce alquanto funereo.

La reazione dell’Italia

Ma quell’Italia era dura da annientare. E arrivò il pareggio. Da parte di un calciatore che in attacco in carriera sarà arrivato forse tre volte. Tarcisio “Roccia” Burgnich, friulano e punto di forza della difesa della Grande Inter del Mago Herrera. Si narra che  un compagno gli suggerì di portarsi in attacco. Lui eseguì e dopo una corta respinta delle difesa tedesca insaccò la rete del 2-2 (per la cronaca Tarcisio in carriera realizzerà sei gol in totale nei campionati, due con la maglia della nazionale!). Putiferio in campo, il Nando telecronista riprende vigoria. Ce la giochiamo ancora. Tra i nostri avversari spicca uno dei più forti giocatori al mondo, lo conoscono tutti come il “Kaiser”. Lui è Franz Beckenbauer e disputerà gran parte dell’incontro con un braccio fasciato quindi senza possibilità di muoverlo: ebbene nonostante queste condizioni alquanto precarie disputò una partita perfetta.

Gol e portieri

Enrico Albertosi è il nostro portiere. Durante il match parerà l’impossibile e senza i guantoni che oggi usano gli estremi difensori, a mani nude. Ma si sa i portieri per essere forti devono essere anche pazzi: e Ricky lo era. Germania alla ricerca del gol-vittoria. Ma l’Italia (lo ha nel Dna) quando colpisce, punisce. Chi la dà per morta ha sbagliato decisamente tutto nella vita.  E stavolta ci pensa Gigi Riva o meglio “Rombo di tuono” da un mese scudettato col Cagliari e capocannoniere della stagione appena terminata, fino a quel momento abbastanza latitante. I campioni però al momento giusto sanno tirare fuori il colpo vincente. Stiamo parlando dell’attaccante più forte della storia del pallone tricolore. Gigi da Leggiuno stoppa la palla come lui sa fare, girata e tiro che si va ad insaccare alla destra di un altro portierissimo, Sepp Maier (a proposito: in un’intervista televisiva della trasmissione Rai “Sfide”, Maier confesserà di non aver mai più voluto vedere quella partita. In compenso amerà trascorre le vacanze a Tirolo vicino Merano).  Italia 3 Germania 2.

Il gol che porta alla finale

Ma non è finita. Nessuno tira il fiato nonostante la stanchezza. Non dimentichiamo che si gioca a Città del Messico, stadio Azteca siamo a 2250 metri di altitudine. Le forze cominciano a mancare. Ma astuzia ed intelligenza non mancano a Muller. E “l’uomo dei piccoli gol” ricaccia in rete il pallone del 3-3. La palla passa vicina al palo dove è piazzato un altro grande del nostro calcio, Gianni Rivera, (subentrato a Mazzola) che, nell’occasione rimase bloccato. E si beccherà una caterva di “complimenti” da un Albertosi a dir poco arrabbiato. Ma colui, che dopo il calcio intraprenderà una brillante carriera politica (parlamentare e assessore al Comune di Roma) e che sarà il primo italiano a conquistare il Pallone d’Oro, intende lasciare il segno e…diciamo farsi perdonare. Si torna a centrocampo. La palla viene passata sulla sinistra ad un altro bomber di razza, il Roberto Boninsegna di Mantova che arriva fino al limite dell’area di rigore. Il centravanti azzurro si porta a spasso i difensori tedeschi e piazza in area una palla invitante che Rivera di piatto destro spinge in gol, in pratica quello che viene chiamato un rigore in movimento. Italia Germania 4 a 3.

Si va in finale

Si va in finale dopo 32 anni dalla vittoria del mondiale in Francia: all’epoca i calciatori entravano in campo esibendo il saluto romano, eravamo all’apice del regime fascista e a due anni dalla proclamazione di guerra. Questa volta il Paese scende in piazza 25 anni dopo la fine della guerra per festeggiare un evento sportivo mondiale, la mezzanotte ora italiana è superata. Sulle piazze gli italiani erano già scesi nel 1945 per festeggiare la fine di una guerra e di una dittatura e poi per chiedere condizioni lavorative migliori.

Sempre in quel 1970 venne approvato lo Statuto dei lavoratori, un passo importante verso il rispetto dei diritti e delle tutele di chi lavora: il propulsore fu il senatore Giacomo Brodolini socialista che purtroppo morirà un anno prima che lo Statuto venisse approvato, ma fu grazie a lui se lo sfruttamento nei luoghi di lavoro ebbe una parabola discendente. C’è un’altra Italia in festa. Il calcio si sa ha il grande potere di aggregare, di unire e di farci dimenticare anche le situazioni più tristi. Quella squadra capitanata dal Ct Ferruccio Valcareggi due anni prima aveva vinto l’unico campionato europeo di calcio finora in bacheca. Due anni dopo gli azzurri diventeranno vice campioni del mondo e forse quella squadra non era così accreditata ad arrivare a giocarsi la finale.

“Quella” Nazionale

Un bel mix quello creato da Valcareggi: una difesa solidissima che vedeva il meglio della Grande Inter con Facchetti e Burgnich già maturi, Rosato del Milan di un altro allenatore indimenticato mister il Paron Nereo Rocco. Quindi  in porta Albertosi e libero Cera in grado di chiudere e impostare l’azione che facevano parte di quel Cagliari che mezzo secolo fa riuscì nel miracolo di conquistare lo scudetto; a centrocampo due cervelli come Picchio De Sisti che giocava nella Viola, Bertini nerazzurro, Mazzola (o Rivera), sulla fascia destra un’autentica  freccia anche lui protagonista dello scudetto cagliaritano, Domenghini o “Domingo”, in attacco i già citati Bonimba e Rombo di Tuono. Cagliari era ampiamente e giustamente rappresentata in quella nazionale (e pensare che si era infortunato Tommasini). Strano ma vero, in quella rosa c’era un solo juventino, Beppe Furino.   

Onore agli avversari

Non per osannare o rendere ancora più prestigiosa l’impresa di quell’Italia che ci fece impazzire, vanno fatte alcune considerazioni sulla Germania. I tedeschi guidati da un altro grande del calcio mondiale, Helmut Schon, 50 anni fa erano vice campioni del mondo uscenti ma di fatto potevano considerarsi i campioni visto che il mondiale del 1966 fu scippato loro allo stadio Wembley a Londra nella finale contro i padroni di casa l’Inghilterra che in tribuna aveva la famiglia Reale. Nel ’70 la nazionale aveva ancora parte dei giocatori che quattro anni prima furono battuti dai Leoni.

Quella nazionale battuta dagli italiani rappresentò la base di componenti che negli anni successivi e più precisamente nel corso del decennio 1970-80 dominarono sia in Europa che a livello internazionale. Nel 1972 infatti vinsero il campionato europeo, nel 1974 il mondiale organizzato in casa. Nel ’76 persero la finale, ma solo ai rigori, sempre nel campionato europeo contro una Cecoslovacchia aggressiva e bene impostata. Nell’80 riconquistarono di nuovo l’Europa, nella finale giocata allo Stadio olimpico di Roma contro il Belgio del “fuori gioco”….40 anni fa. Angela Merkel aveva 26 anni e la Germania era ancora divisa dal Muro. Giusto per dare i numeri e qualche cenno di storia.

Lorenzo Baldoni

Tag
Mostra altro

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close
Close