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Italia 90. Un Mondiale tra le mani

Quel 3 luglio del 1990 Salvatore Carmando era appena uscito dallo spogliatoio dello Stadio San Paolo di Napoli prima dell’inizio della grande sfida che avrebbe decretato la prima finalista dei mondiali disputati in Italia. Era l’Italia 90. Quella che subì un solo gol. Fatale. Quell’uomo dalle mani d’oro incrociò uno dei suoi grandi estimatori e che gli “concedeva” i suoi muscoli, vale a dire Diego Armando Maradona. Il Pibe de Oro gli chiese: “Salavadore dime por favor, ma oggi gioga Roberto Baggio?”. Carmando rispose: “Credo di no”. Replica del fuoriclasse argentino: “Bene, alora vinsiamo noi”. Almeno così si narra.

Italia 90 e le leggende

Le storie del calcio si sa sono piene di aneddoti, spesso vengono a galla scomode verità oppure certe dichiarazioni hanno una veridicità anni dopo.  Del Roby di Caldogno in tanti avevano paura. Quel ragazzo all’epoca 23enne già si era imposto con la sua tecnica, la sua fantasia e creatività prima a Vicenza poi a Firenze. Con lui in campo ci si divertiva davvero. E di assist ne arrivavano tanti alle punte (Schillaci ne sa qualcosa). Azeglio Vicini con tutta probabilità si è portato in tomba quel “peccato” di aver inserito il “Divin Codino” in campo solo gli ultimi 15 minuti di quella “maledetta” Italia- Argentina. Un po’ come Valcareggi con Rivera vent’anni prima, in questo caso però, il Calcio racconta che il Golden Boy non era gradito ad un potente della Federazione Giuoco Calcio.

Vicini e il suo calcio

Vicini è un uomo dai modi garbati, romagnolo e si sente. Viene da un’esperienza positiva nella Under 21 dove non vincerà alcun titolo ma portò nella nazionale maggiore Vialli e Mancini, giusto per fare due nomi. La semifinale di quei mondiali si giocherà a Napoli, Maradona in pratica è in casa e sappiamo quanto è amato sotto il Vesuvio anche perché proprio quell’anno sarà ancora una volta decisivo (nonostante le numerose fughe e il suo no-feeling con Soccavo) per la conquista del secondo scudetto. “Napule mille colori” cantava il grande Pino Daniele. Ma anche “Mille paure”.

Che squadra quell’Italia 1990

Si gioca in casa e l’Italia gode di tutti i favori del pronostico. Arriva alla semifinale senza subire un gol, Toto’ Schillaci parte dalla panchina all’inizio del torneo ma ogni volta che tocca palla gonfia la rete e si conquista il posto da titolare (tanti saluti a Carnevale). La difesa è una fortezza, a centro campo Nando De Napoli con Giannini “Er Principe” chiudono e ripartono, sulle fasce tecnica e rapidità con Donadoni e De Agostini. Vialli purtroppo non è al meglio e si vede.

Ma dalla panchina c’è “tanta roba”: Aldo Serena che quando salta di testa dà almeno un metro di stacco al suo avversario, di Baggio sappiamo. Ma ci sono anche Carletto Ancelotti un vero cervello a centrocampo, Pietro Wierchwood che in difesa è una muraglia oltre ad essere pericoloso in attacco quando si sgancia nei corner. Un bel cocktail dell’Inter dei record (1988-89), del Milan delle due consecutive coppe campioni, di un Napoli tricolore per la seconda volta e di una Sampdoria che ha appena vinto la sua prima coppa europea e che l’anno dopo sarà scudettata. Quell’anno poi, tutte e tre le coppe europee arrivano in Italia, grazie a Milan, Samp e Juve. 

Il cammino dell’Argentina a Italia 90

L’Argentina arriva all’appuntamento a fatica. I campioni del mondo uscenti perdono all’esordio con la sorpresa Camerun. Riescono ad eliminare l’odiatissimo Brasile con un assist-magia di Diego per Caniggia dopo che i carioca si sono divorati una quantità industriale di palle gol. Contro la Jugoslavia passano ai rigori. Sei giocatori fanno parte della comitiva di Messico ’86, per il resto sono nuovi.

Un campionato del mondo caratterizzato da pessimi arbitraggi. “La mano de Dios” si ripete quattro anni dopo: questa volta non sigla un gol ma ferma un pallone diretto in porta calciato dal sovietico Kuznetsov e ignorato dall’arbitro Fredriksson che bene aveva visto. Nella Selecion si fa largo un giovane che gioca nel nostro campionato, Claudio Caniggia, i suoi capelli sembrano quelli di Cicciolina. Non è un bomber di potenza, ma silenzioso e scaltro. Quando colpisce fa male.  Anni dopo sarà implicato in un “droga party” con la cantante Patti Pravo.

Il match

Veniamo all’incontro. Gianluca Vialli è la grossa novità nello schieramento di partenza italiano. Il riccioluto cremonese è stato uno dei migliori attaccanti italiani di sempre. Italia ’90 doveva essere il suo grande palcoscenico, ma alla fine delude, un po’ come van Basten. Perché Vicini lo ha schierato titolare in semifinale, dopo tre panchine di fila? Forse per riconoscenza, forse per il timore di “relegarlo” nel dimenticatoio. Essere oscurati da un coetaneo cresciuto allo Zen di Palermo che qualche anno prima militava in serie B deve essere dura da digerire. Ma i sentimenti nel calcio sono pericolosi.  È un errore che verrà rimproverato a Vicini sin dai primi istanti che seguiranno il fischio finale dell’incontro. L’Albiceleste scende in campo con la stessa formazione che ha affrontato la Jugoslavia nei quarti.

Il portiere campione del mondo Nery Pumpido si è rotto e ha chiuso il mondiale. Ma, la storia del calcio insegna, che spesso i secondi portieri (forse per l’immensa gioia inaspettata e l’occasione inaspettata che capita loro) non fanno rimpiangere i titolari. E quel Sergio Goicoechea di fatto sarà ricordato prima di tutto come para rigori ma anche per la sfrontatezza e allo stesso tempo equilibrio con le quali affrontò trent’anni fa il più prestigioso torneo internazionale. Arbitra il francese Vautrot, uomo di polso e dal curriculum di valore.

La cronaca della partita tra l’Italia 90 e l’Argentina

Ma il 3 luglio 1990, ore 20, allo Stadio San Paolo di Napoli va in scena anche la quinta sfida consecutiva e al momento ultima fra Argentina e Italia ai Mondiali. Sono le nazionali che da dodici anni si dividono il titolo mondiale. Napoli ama Maradona. Maradona ama Napoli (anche se nel 1991 in pratica scapperà dalla città partenopea). E infatti la nazionale campione in carica mostra di non provare troppo timore reverenziale rendendosi pericolosa per prima, all’ottavo minuto, con un bel tiro da fuori area di Burruchaga che costringe Zenga a sfoderare un intervento non semplice. L’Italia però inizia a controllare il gioco e al minuto diciassette passa in vantaggio grazie a una pregevole percussione centrale.

Schillaci avvia in modo efficace l’azione a centrocampo aprendo per De Napoli, che tocca di prima per Vialli, che a sua volta lancia di prima Giannini; questi scavalca con un pallonetto il diretto di avversario e, entrato in area, tocca di testa a sinistra verso Vialli; tiro di Vialli, respinta del portiere, e tap-in decisivo ancora una volta di Totò Schillaci (con gli argentini che reclamano una posizione di fuorigioco). I giocatori italiani esultano e corrono verso gli spalti a incitare il pubblico.

Sembra tutto facile a questo punto per gli azzurri: in vantaggio, in casa, di fronte a un’Argentina raffazzonata e arrivata così avanti nel torneo quasi per caso – o almeno così si pensa. In effetti gli avversari non producono molti sforzi per recuperare lo svantaggio, salvo una bella girata di Maradona dal limite dell’area bloccata senza problemi da Zenga. Lo stesso discorso vale però per l’Italia, che non affonda e sembra non avere la forza di chiudere subito la partita. Il primo tempo finisce uno a zero. L’Argentina del secondo tempo è più vivace e pericolosa, e inizia a controllare il centrocampo, mentre la nazionale italiana cala vistosamente, con i reparti sfilacciati; ma Vicini non cambia.

La seleccion spinge. Su invito di Maradona, si assiste a un tentativo di Olarticoechea in area, defilato sulla sinistra, respinto da Zenga. Poi un lancio dalla tre quarti coglie l’Italia fuori posizione: Burruchaga tocca di testa per Caniggia, abbastanza libero, ma l’attaccante argentino tenta forse un dribbling di troppo e la sua conclusione è intercettata dal doppio intervento in tackle di Giannini e Baresi. È solo il prologo: minuto ventidue, palla di Maradona per Olarticoechea sulla sinistra che, indisturbato, crossa di destro in area; Zenga esce in modo intempestivo, davanti ha Ferri, ma davanti ancora c’è Caniggia, spalle alla porta, il quale tocca la palla di nuca appena il necessario per indirizzarla in rete. È il clamoroso pareggio della nazionale argentina.

Il primo gol subito dall’Italia 90

È la prima palla che Zenga deve raccogliere nella propria porta dopo 517 minuti di Mondiale, un record. Walter Zenga è in quel periodo il miglior portiere al mondo, fortissimo fra i pali (detto non a caso l’Uomo ragno) ma un po’ meno nelle uscite e sui rigori. Il suo torneo – e lo stesso discorso vale per l’intera difesa italiana – è stato ineccepibile, ma verrà ricordato proprio per un’uscita sbagliata e per i calci di rigore finali. Poco dopo il gol incassato, Vicini decide di cambiare qualcosa: Serena entra per Vialli, Baggio per Giannini.

L’Italia prova a scuotersi, l’ingresso di Baggio sembra giovarle e il fantasista azzurro ci prova in prima persona, da fuori area, ma non inquadra lo specchio della porta. A dieci dal termine un’efficace ripartenza condotta da Baggio, poi proseguita da Donadoni, trasmette la sfera a De Agostini in area avversaria; da buona posizione, seppur spostato sulla sinistra, il centrocampista azzurro tira ma Goycoechea chiude lo specchio in maniera efficace. L’Italia trascorre all’attacco anche il primo tempo supplementare, forse in maniera un po’ disordinata ma con la consapevolezza di dover inventare qualcosa per evitare i rigori, epilogo che invece è l’obiettivo unico nella testa degli argentini.

Una gran punizione di Baggio da venticinque metri è tolta dall’angolino da Goyocoechea, il quale sta diventando ancora una volta determinante. Poi al decimo Giusti viene espulso in quanto reo di una gomitata a Baggio. Spesso gli azzurri cadono nella trappola del fuorigioco disegnata dal C.T. Bilardo. Anche in dieci l’Argentina si difende con efficacia, e nel secondo supplementare ci prova dal limite con Olarticoechea. Si arriva dove non si voleva arrivare: i calci di rigore. Dal dischetto sbaglieranno Serena e Donadoni. Nella finale dell’Olimpico a Roma ci vanno Maradona &Co. Per noi la finalina contro l’Inghilterra.

La finale

L’otto luglio a Roma si affrontano le stesse due finaliste che quattro anni prima si diedero battaglia a Città del Messico: nel 1986 vinse l’Argentina, anzi vinse Maradona che, con tutto il rispetto, rappresentava da solo il 50 per cento della forza di quella squadra piena di modesti sconosciuti (a parte Valdano e Passarella che tra l’altro fu messo fuori uso dall’epatite). Squadre in campo, l’inno argentino fischiato da uno stadio olimpico stracolmo di tedeschi. Maradona non si nasconde le labbra come si fa oggi e lascia trasparire un chiaro “Figli di putt….”.

Ben sei giocatori di Beckenbauer giocano in Italia, si tratta di Brehme, Klinsmann e Matthaus all’Inter, Voller e Berthold alla Roma e Hassler alla Juve. In Italia all’epoca giocavano i migliori stranieri anche perché da noi gli ingaggi erano i più alti. La partita è tra le più brutte finali della storia dei mondiali. A risolverla un rigore molto discusso calciato in modo impeccabile dal terzino sinistro Andreas Brehme. Espulsioni e polemiche. Dieguito griderà al complotto. Lothar Matthaus chiuderà un mondiale perfetto e si porterà a casa il Pallone d’Oro, ottimo anche il torneo giocato dal suo connazionale Brehme….i due all’Inter mesi prima si erano ben risparmiati fisicamente. Per noi solo tanto e tanto rammarico perché quell’otto luglio di trent’anni fa all’Olimpico dovevamo arrivare in finale. Il cielo sopra Roma è purtroppo scwarz-rot-gold i colori dalla bandiera tedesca.

Italia ’90 stadi nuovi ma già vecchi

E’ appunto l’Italia ad organizzare il torneo più prestigioso al mondo del pallone, 56 anni dopo quello del 1934. Più di mezzo secolo prima furono organizzati in epoca fascista, nel 1990 dall’ennesimo Governo pentapartito. Vennero costruiti stadi nuovi, ma giù vetusti e non funzionali. Il Delle Alpi di Torino si rivelò un disastro per quanto riguarda la vista della partita dai popolari, il San Nicola a Bari l’emblema dello sperpero di denari pubblici. I lavori di ampliamento dello stadio Meazza a Milano causarono la mancata crescita dell’erba tanto che il compianto Gianni Brera disse: “A San Siro servivano più agricoltori e meno architetti”.  Sul Delle Alpi, San Nicola (poi abbattuti) la lingua tagliente di Aldo Agroppi tuonò: “Purtroppo attorno a questi progetti troppe teste quadre”.

Un po’ di storia giusto per tenere viva la memoria

A parte gli eroi, le sorprese o le partite più belle Italia ’90 passerà alla storia per la “fine” di alcune nazionali. Attenzione, non sparirono dal calcio, ma alcuni avvenimenti specie nell’europa dell’est sconvolsero la geopolitica di alcune nazioni. L’Europa era divisa in Paesi dell’area Occidentale e Paesi dell’ (ex) blocco sovietico.  Per la prima volta la Germania si presenterà come Paese unito (prima c’erano due Germanie: Est e Ovest).

Infatti pochi mesi prima era stato abbattuto il Muro della vergogna costruito nel 1961 che aveva di fatto diviso il Paese. La Cecoslovacchia si chiamerà così per l’ultima volta perché grazie ad una pacifica rivoluzione si dividerà in Repubblica Ceca e Slovacchia.

Anche la Jugoslavia non si chiamerà più così, però purtroppo qui per ridare vita a nuove ed indipendenti Repubbliche (Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia…) non saranno rivoluzioni pacifiche ma una sanguinaria guerra con migliaia di morti (e con tanti saluti da parte dell’onu ed il menefreghismo totale dell’europa democratica). Ultima volta anche per l’Urss (Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche) che grazie alla perestrojka portata avanti dal nuovo segretario Michail Gorbacev riprenderanno vita quegli Stati uniti e annientati con la forza dalle dittature di Lenin e Stalin.

Quel leone d’Africa a Italia 90

Fu anche la prima volta di un prestigioso traguardo per una squadra africana. Il Camerun infatti fu la prima squadra del continente “nero” ad approdare alla fase dei quarti di finale grazie ad un bomber di 38 anni, Roger Milla il “Leone d’Africa” che realizzò ben 4 reti. Ad eliminarli, ma solo ai supplementari, e con tanta fatica l’Inghilterra.

Giulio VI, sequestri, liberazioni, guerre e la scomparsa di personaggi tanto amati…e Italia 90

Il nostro Paese tanto per cambiare avrà come presidente del Consiglio Giulio Andreotti giunto alla guida del suo sesto esecutivo. Ancora attive le bande di sequestratori e proprio trent’anni fa furono liberati il lombardo Cesare Casella, la veronese Patrizia Tacchella e il vicentino Carlo Celadon che per 831 giorni sarà imprigionato in una grotta, il suo sequestro è il più lungo nella storia d’Italia. Quando venne liberato il padre Candido dichiarò: “pensavo fosse uscito da un campo di concentramento”.

Con la gente in vacanza un signore un tempo uomo della Cia invaderà il Kuwait, Stato ricco di petrolio. Si tratta del dittatore Saddam Hussein che darà il via a quella che sarà ricordata come la Guerra del Golfo. Sempre in quel 1990 sarà liberato dopo 27 anni di prigionia Nelson Mandela, rivoluzionario e leader nella lotta per i diritti della gente di colore in Sudafrica oltre che attivissimo contro l’apartheid. Ci lascerà anche Sandro Pertini il partigiano-presidente, a tutt’oggi il più amato dagli italiani. Se ne vanno due “icone” del cinema del teatro e varietà, Aldo Fabrizi e Ugo Tognazzi.

Ci lascia anche uno dei mezzibusti più visti e apprezzati dagli sportivi tricolori, che tutte le domeniche pomeriggio aspettavamo quasi come una bella fanciulla, colui che ideò, assieme a Maurizio Barendson, una delle trasmissioni più apprezzate dagli italiani “90° Minuto”: a soli 58 anni muore Paolo Valenti.

Lorenzo Baldoni

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