Veneto

Addio Pavone. Integerrimo fino alla fine

L’ultima volta che ci siamo visti era il primo febbraio, di sabato, all’alba per partecipare a una trasmissione di Canale Italia alle porte di Padova. Era passato a prendermi in auto. In tv fu brillante come sempre, si parlava di legalità e soprattutto dell’infiltrazione della mafia nel Veneto. Francesco Saverio Pavone fu lucidissimo nelle risposte ai teleascoltatori che chiamavano da ogni parte d’Italia. Senza far pesare la sua autorità, basandosi sulla lunga esperienza, disse perché il pericolo era reale e come contrastarlo. La fece da padrone nella trasmissione, chiamavano soltanto per lui. E non dava mai risposte calate dall’alto, le spiegava con parole semplici, le difendeva con la passione che aveva sempre mostrato in cinquant’anni di lavoro di magistrato.

La malattia. Il Covid non perdona Pavone

Un mese dopo è stato ricoverato all’ospedale di Mestre per Coronavirus e immediatamente trasferito in rianimazione. Ricoverata anche la moglie, risultata positiva ma dimessa dopo la “quarantena”. Pavone ha resistito tanto, da far sperare quasi che ce la potesse fare, poi si è arreso il 16 marzo. Funerali privatissimi, come vuole la legge dell’emergenza. Intanto, hanno già deciso di intitolargli il nuovo Centro di documentazione sulle mafie di Dolo.

Chi era Pavone

Pavone da giudice antimafia ha vissuto per molti anni sotto scorta e in una specie di quarantena, chiuso spesso in luoghi segreti, tante volte con i suoi agenti in celle di carceri di massima sicurezza. Era stato minacciato di morte dalla criminalità legata allo spaccio di droga e della mafia, arrivarono perfino ad arruolare terroristi palestinesi per un attentato che lo facesse saltare in aria con i suoi poliziotti. Pugliese di Taranto, 76 anni,  ha identificato la lotta alla criminalità del Veneto. Era arrivato a Venezia nel 1967 come cancelliere, era entrato in magistratura nel 1978 scegliendo come sede proprio la città lagunare. Negli Anni ’90 si è occupato delle più importanti inchieste di mafia e di sequestri di persona in Veneto.  Dal 1994 al 2010, nella direzione distrettuale antimafia, si è dedicato alla criminalità organizzata.

L’operazione Maniero

E’ stato lui a convincere il boss della “Mala del Brenta” Felice Maniero a pentirsi. Poi a mettere alla sbarra la “banda dei giostrai”, 80 criminali condannati per 30 sequestri di persona in dieci anni commessi tra Veneto e Lombardia: un’inchiesta partita casualmente dall’indagine per una rapina conclusa con un omicidio. “Nella refurtiva c’era anche un assegno poi incassato, da lì siamo risaliti a un bibliotecario di Mira: e pensare che a incastrarlo fu un maresciallo che poi si fece corrompere da Maniero! Il bibliotecario custodiva in casa un industriale sequestrato a Reggio Emilia, Severino Salati”.

La chiusura di una gran carriera

La sua carriera si è conclusa a Belluno a capo della Procura della Repubblica, fino alla pensione nel gennaio del 2017. Da allora ha intensificato la sua generosa opera di testimonial della legalità nelle scuole, nei convegni, ovunque si parlasse di mafia e corruzione. Un lavoro utilissimo, anche perché Pavone aveva la capacità sempre di farsi capire da tutti, di adattare l’entusiasmo e la passione al pubblico che lo ascoltava, spesso facendo con i giovanissimi una vera e propria operazione didattica, spiegando quello che gli studenti non potevano conoscere, mettendo in guardia dai rischi, dalle illusioni.

Il ricordo

Francesco Saverio Pavone era fatto così. Le spalle larghe, i baffi a nascondere il sorriso spesso ironico, una memoria eccezionale che gli consentiva di ricostruire in ogni momento l’identi-kit di chiunque avesse indagato. Una propensione all’autoironia che era come una valvola di sfogo, un modo di non prendersi mai troppo sul serio.  Capace di coltivare i rapporti con gli uomini che erano stati la sua scorta per anni, si ritrovavano periodicamente a cena, un amico ristoratore, Romolo, apriva appositamente per lui nella sua giornata di chiusura. Immancabile l’estate nell’isola di La Maddalena terra d’origine della famiglia della moglie Amelia. In agosto si godeva le tre figlie e i nipoti ai quali era attaccatissimo.

Pavone, Falcone e Borsellino. Il primo trio antimafia

Non era avaro di ricordi. Era stato amico di Giovanni Falcone, si erano conosciuti da giovani in una serie di incontri per provare a creare una specie di pool specializzato, ma poi il progetto non era andato avanti. Ricordava che doveva incontrare il magistrato palermitano a Roma proprio il giorno della strage di Capaci, ma la sera prima fu rinviato. Si è sempre chiesto come fosse potuto accadere se nessuno doveva sapere dove andava e che strada faceva Falcone. Su Maniero collaboratore di giustizia, aveva una sua idea precisa: “Nel 1994 era stato condannato a 33 anni per associazione di stampo mafioso, dopo l’evasione dal carcere di Padova, corrompendo un agente di custodia, sapeva che con tutti i reati commessi non sarebbe più uscito, così lui, che stupido non è mai stato, ha deciso di collaborare. A cascata sono venuti tutti gli altri pentiti, tra Venezia e Padova abbiamo arrestato oltre 500 persone”.

Onesto e umile

Il suo lavoro non gli aveva mai fatto mancare l’umanità, c’erano delitti e processi che ricordava per la pietà verso le vittime, come quella volta che dovette indagare su un bambino di San Donà violentato e ucciso. Sugli anni passati sotto scorta diceva di averli vissuti, certo con la paura, ma anche facendo finta di niente. “Ma sempre con la sensazione che qualcosa può accadere. Impari a guardarti sempre attorno e alle spalle. Per abitudine lo faccio ancora”. Questo era il magistrato Francesco Saverio Pavone. E questo era l’uomo, vinto da un male subdolo che non poteva essere guardato in faccia, né messo in manette. Questo era anche l’amico che ha lasciato in eredità l’integrità di una professione e l’onestà di una lezione; senza dimenticare la capacità sempre di saper sorridere di se stessi.

Edoardo Pittalis, editorialista ed ex vice direttore de Il Gazzettino del Nord Est

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