Veneto

Censura alla Donazzan. C’è anche Valdegamberi

C’è anche la firma del leghista cimbro “filo-russo” Stefano Valdegamberi nella mozione di “censura” contro l’assessore Elena Donazzan depositata ieri a palazzo Ferro Fini da Arturo Lorenzoni. Lo speaker dell’opposizione ha condiviso il testo con i sei consiglieri Pd, con Elena Ostanel (Veneto che vogliamo), Erika Baldin (M5s) e Cristina Guarda (Europa verde) cui si è aggiunta la firma decisiva di Valdegamberi, eletto nella lista Zaia a Verona e poi emigrato nel Misto con Barbisan e l’ex vicesindaco di Padova. Il regolamento impone che le mozioni di riserva o di sfiducia siano presentate da almeno 11 consiglieri. Senza la firma di Valdegamberi il caso dell’assessore Donazzan, che alla “Zanzara” di Radio 24 ha cantato con orgoglio “Faccetta Nera” e disprezzato “Bella Ciao” non sarebbe mai approdato in aula. Chapeau al consigliere veronese, cresciuto nella Udc di De Poli e poi folgorato sulla strada di Mosca dopo le missioni con Ciambetti in terra russa. Se Putin mette in discussione i valori della democrazia liberale, Valdegamberi invece riconosce alla esigua minoranza di centrosinistra in Veneto il sacrosanto diritto di portate in aula le battaglie ideologiche più coraggiose e difficili.

Chi ha dato il via libera

Il via libera è arrivato ieri mattina senza intoppi nella conferenza dei capigruppo a palazzo Ferro Fini: non si tratta di una mozione di sfiducia ma di “censura” e se ne parlerà martedì prossimo con procedura d’urgenza e non tra due mesi. Che farà nel frattempo Luca Zaia? Si limiterà al richiamo verbale con la richiesta di scuse che la Donazzan ha già presentato, oppure formalizzerà il suo punto di vista per sottolineare il disappunto per un caso che ha “offuscato l’immagine dell’istituzione Regione Veneto?Lo scopriremo tra qualche giorno. Ma sia a Venezia che a Roma nella Lega cresce il malumore nei confronti di Fratelli d’Italia che ha messo il turbo nei consensi.

Dopo la protesta della comunità ebraica di Venezia, il caso è approdato in Senato con Andrea Ferrazzi che ha presentato un ‘interrogazione ai ministri dell’Interno e dell’Istruzione in cui ricostruisce i fatti. «L’esponente della giunta regionale veneta, attribuendo lo stesso valore a “Faccetta nera” e a “Bella Ciao”, ha messo sullo stesso piano la dittatura fascista e i valori della Resistenza ai quali si ispira la nostra Costituzione. L’assessora Donazzan già nel maggio 2019 alla medesima trasmissione radiofonica aveva definito Benito Mussolini come un grande statista e le sue scuse non possono bastare», scrivono i senatori Ferrazzi, Cirinnà, Fedeli, Rojc, Boldrini, Alfieri, Laus, Astorre, Rossomando, Stefano, D’Arienzo, Verducci, Iori, Assuntela Messina e Vattuone.

Ora tocca a Zaia

È evidente che al di là del giudizio politico palazzo Madama non può andare, ma a dolersi che il caso Donazzan sia approdato in Parlamento è Giorgia Meloni che a tutto pensa tranne che a rivalutare il ventennio fascista. Nella mozione depositata in consiglio regionale a Venezia, i dieci consiglieri dell’opposizione e Valdegamberi scrivono che «non è più rinunciabile un intervento di censura delle esternazioni rese pubblicamente dall’Assessore Donazzan. Affermazioni che vanno rigettate sia di per se stesse, sia in quanto ledono l’immagine della pubblica amministrazione». Le dichiarazioni alla trasmissione di Radio 24 «costituiscono fatti antistorici e sono in contrasto con la sostanziale natura antifascista della Costituzione della Repubblica Italiana». Frasi che diventano una «patente deviazione dai doveri di decoro e dignità sulla scorta dei quali i pubblici amministratori devono adempiere alle loro funzioni». La mozione verrà discussa a tamburo battente, prima del 27 gennaio, Giornata della Memoria: questa volta il consiglio regionale ha raccolto l’appello della comunità ebraica di Venezia e la palla torna al presidente Zaia.

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