Veneto

«Chirurgo insubordinato», l’Usl lo licenzia, vince la causa

Il medico litigò con un collega prima di un intervento, non rispettando gli ordini. La giudice conferma il reintegro: «Ha sbagliato, ma la sanzione è sproporzionata»

Baruffa tra chirurghi per un intervento, l’Usl ne licenzia uno e il tribunale del lavoro prima ne ordina il reintegro, poi conferma il pronunciamento. L’ultima tappa della vicenda è arrivata nelle scorse settimane con la sentenza della giudice Chiara Coppetta Calzavara che ha rigettato il ricorso in opposizione presentato dall’Usl 3 Serenissima dopo che, a marzo 2017, a conclusione della cosiddetta fase sommaria, il giudice aveva già sancito l’illegittimità del licenziamento, imponendo all’azienda sanitaria di riassumere il medico. Al centro del procedimento, quello che l’Usl aveva definito «un grave fatto di insubordinazione».

Era il 9 giugno 2016 e una donna doveva essere operata in Chirurgia all’ospedale dell’Angelo. Era successo che nel briefing di prima mattina tra specialisti prima di entrare in sala operatoria, il medico poi licenziato aveva trovato da ridire con un collega sulla preparazione preoperatoria della paziente. Il primo, che aveva in carico la donna, aveva ordinato che venisse svolta una particolare procedura sulla paziente per la pulizia dell’intestino, mentre il secondo, che era di guardia in reparto il giorno prima dell’intervento, aveva cambiato i piani.

Ne era nata una lite dai toni molto accesi, tanto che il medico facente funzioni di primario, per evitare altri contrasti, aveva cambiato il planning operatorio, dirottando il medico che fino a quel momento aveva seguito la donna in un’altra sala operatoria per un altro intervento. Trasgredendo alle nuove direttive, il medico, che davanti ai colleghi aveva detto di non volersi più prendere la responsabilità dell’operazione, si era preparato per intervenire sulla sua paziente ed aveva iniziato ad operare, impedendo poi al facente funzioni di subentrargli, così come invece era stato deciso. Gli avrebbe anche fisicamente impedito di avvicinarsi al tavolo operatorio, allargando le braccia. Solo l’arrivo del direttore dell’ospedale aveva convinto il medico a lasciare la sala.

Da qui era scaturito il procedimento disciplinare sfociato nel licenziamento su cui già il giudice della fase sommaria si era espresso: sanzione sproporzionata, aveva sentenziato, perché, pur essendo grave il comportamento tenuto dal medico, non era tale da giustificare il recesso in tronco secondo quanto previsto dal contratto nazionale di lavoro. Nel corso del procedimento davanti alla giudice del lavoro sono stati sentiti alcuni colleghi che hanno confermato lo svolgimento dei fatti. Scrive la giudice nella sentenza che l’impressione che se ne ricava è quella di uno «scontro tra testardaggini», aggiungendo poi che «Il medico ha errato certamente, ponendo in essere una condotta di insubordinazione, in violazione dei suoi doveri di dipendente dell’Usl, e si spera che lo stesso, con il trascorrere del tempo, ne abbia preso consapevolezza». «Il medico ben avrebbe potuto (e dovuto) essere sanzionato», conclude la giudice, «Ma non con la massima sanzione espulsiva che risulta dunque sproporzionata».

Di qui la conferma dell’illegittimità del licenziamento e la condanna dell’Usl al pagamento di 5mila euro di spese di lite.

C.C.

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