Veneto

Cinque candidati per la presidenza

Cinque candidati presidenti in corsa per le elezioni regionali del 20 settembre. Manca solo il decreto del ministro degli Interni, ma l’election day si terrà la terza domenica di settembre e le liste dovranno essere depositate dopo Ferragosto. Il favorito è Luca Zaia, presidente in carica che si ricandida per la terza volta con la Lega e il centrodestra. Il Pd e il centrosinistra si sono affidati ad Arturo Lorenzoni, vicesindaco di Padova, un civico apprezzato da Zingaretti che ha aperto il dialogo con la società civile per evitare una pesante sconfitta solitaria. Il M5s si affida ad Enrico Cappelletti, che a Mestre ha presentato il programma: onestà, taglio degli sprechi dei project financing in sanità, rilancio del metrò Sfmr, rinegoziazione del contratto con la Sis sulla Pedemontana.

Gli outsider tra i cinque candidati

In corsa anche Antonio Guadagnini per il Partito dei Veneti, deciso a rispolverare l’orgoglio dei “serenissimi” traditi da una Lega troppo italiana dopo la svolta sovranista di Salvini. Il nome nuovo è quello di Carlo Costantini (VenetoVerde), che raggruppa i movimenti ambientalisti contrari alle grandi opere pubbliche. L’architetto ha stretto un patto con la consigliera regionale Patrizia Bartelle, uscita dal M5s.

Lo scenario dei cinque candidati

Il sondaggio illustrato qualche sera fa a Porta a Porta sulle sei regioni al voto, non lascia spazio a dubbi: Luca Zaia viaggia attorno al 70% dei consensi, con un incremento teorico di 20 punti sul 2015. Il Veneto può diventare un caso da manuale in cui il gradimento del governatore più apprezzato d’Italia grazie alla gestione della pandemia Covid,si trasforma in un plebiscito elettorale. Uno tsunami non solo in Veneto allenato da 25 anni alla diarchia Galan Fi-Zaia Lega ma anche nel Carroccio, che si avvia a un ridimensionamento dopo il record del 34% delle europee. Per il centrodestra la sfida è tutt’altro che semplice. In Liguria Giovanni Toti spera nella riconferma contro Ferruccio Sansa, che corre per il M5s e cerca l’intesa con il Pd. Il patto forse potrà decollare solo se i grillini in Puglia daranno una mano a Michele Emiliano nella sfida contro Raffaele Fitto.

I cinque candidati e l’autonomia

Il tema che tiene banco in Veneto è quello dell’autonomia, con Zaia che ha fatto firmare un documento alla Meloni in cui FdI si impegna ad approvare la legge quadro in Parlamento. Nelle segreterie dei partiti, invece, si stanno preparando le liste sulla base della nuova legge Finozzi che introduce un maggioritario con il premio del 60% dei seggi alla lista che raggiunge il 40%. Zaia può governare da solo, senza Salvini, Meloni e Berlusconi ma il patto di centrodestra va rispettato. Lo sperano anche il Pd e il M5s, che temono di doversi accontentare non di 20 ma di 15 seggi con il boom del governatore al 70%.

Forza Italia e lo sfratto a Conte

A sollecitare il rispetto dei patti è Marco Marin di FI che vede nelle elezioni del 20 settembre la prova generale del ribaltone del governo delle quattro sinistre: «Pd, M5s, LeU e Italia viva si presentano divisi, mentre il centrodestra è compatto in tutta Italia e anche in Veneto grazie ai progetti concreti. L’ottima amministrazione di Luca Zaia riscuote consensi importanti, meritati e confermati anche dall’eccellente gestione dell’emergenza da Sars-Cov-2. Sono convinto che gli elettori alle prossime regionali sapranno mandare un chiaro avviso di sfratto al premier Conte e al suo governo: prima vanno a casa e meglio è per gli italiani».

C’è chi dice no

La pensa in maniera opposta Enrico Cappelletti: in questi 25 anni il Veneto è stato travolto dallo scandalo del Mose, dai crac di Veneto Banca e Bpvi, dall’inquinamento dei Pfas e ora si dovrà dissanguare per pagare i 13 miliardi di euro del project Pedemontana. E il Pd? Protesta per i tempi molto stretti della campagna elettorale che non consentono la raccolte delle firme. Tra poco verranno decise le deroghe e si parlerà delle liste nelle sette province. Bisato dovrà fare l’equilibrista ma forse dimentica che la data del voto la fissa a Roma il governo di cui il suo partito è protagonista.

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