Veneto

Conte non chiude del tutto su Iv, ma non si umilia

In Senato, il comandante Gregorio De Falco si presta a una battuta: «Dovrà dire al premier Conte risalga al governo, cazzo?». «Esatto», ride il senatore ex M5S, certamente stanco di sentirsi riproporre la frase che lo ha reso famoso in tutto il mondo, che pronunciò mentre naufragava la Costa Concordia. De Falco sa già che almeno altri due senatori di Forza Italia sono pronti a saltare sulla piccola zattera dei responsabili costruita in fretta e in furia per evitare il naufragio alla maggioranza che sostiene l’ipotesi di un Conte Ter.

Gli Europeisti

I costruttori del neonato gruppo degli Europeisti comunicano con Palazzo Chigi: è pronto a passare un pezzo grosso di FI, assicurano. È Luigi Vitali, ex sottosegretario alla Giustizia, per due decenni il generale del berlusconismo in Puglia, regione anche del premier. “Non sarà il solo”, giurano in serata i reclutatori. Altri due-tre azzurri potrebbero raggiungerlo già oggi e gli indizi portano a Maria Tiraboschi e Anna Carmela Minuto, pure lei pugliese come Vitali e il premier, e a Gabriella Giammanco, tra i volti nuovi di FI negli ultimi anni. I numeri della maggioranza al Senato salirebbero a 158, che diventerebbero 161 con tre senatori a vita su sei, i tre che una settimana fa avevano votato la fiducia al governo. La notizia di Vitali viene tenuta riservata fino a tarda sera, ma qualcuno dentro Iv sospetta già qualcosa, perché la capogruppo Maria Elena Boschi agli occhi di alcuni colleghi del M5S appare stranamente conciliante. «Non la porremo come condizione», assicura la deputata. Sono ore confuse, la tela della strategia dei singoli protagonisti di questa crisi si fa e si disfa nel giro di mezza giornata. Tutti si chiedono cosa farà Matteo Renzi durante le consultazioni con il capo dello Stato Sergio Mattarella, ma si chiedono anche cosa farà dopo Conte. Fino a che punto si spingerà uno a fissare paletti, e fino a che punto si spingerà l’altro a subirli.

Parla Conte

Il premier dimissionario comunica ai suoi collaboratori più stretti la propria serenità: «Mattarella sa cosa fare, affidiamoci a lui», spiega, ma avverte: «Non porrò alcun veto su Iv, sono contento se faranno ancora parte di una maggioranza allargata, ma non mi umilierò in alcun modo». Un messaggio diretto a Renzi, per sminarne le intenzioni bellicose, ma rivolto anche ad altri. Ai responsabili che ancora latitano nel limbo dell’incertezza e ai renziani che esprimono dubbi sul proprio leader: pensa a loro Conte e a tutti coloro che sono terrorizzati di essere trascinati al voto prima del tempo. Il piano di Conte coincide con quello di Nicola Zingaretti e parte dei vertici 5S. Se Iv non si spacca e bisognerà ingoiarsi giocoforza una nuova convivenza con Renzi, la maggioranza dovrà allargarsi. Solo così l’ex rottamatore potrebbe non essere più determinante. Certo, lo schema funziona se oggi al Colle Renzi non brucia il nome di Conte. Nel Pd sono abbastanza sicuri che non lo farà: la mossa, dicono, potrebbe costargli il sostegno dei suoi parlamentari. L’alternativa a questo piano per Conte restano le elezioni. Uno scenario azzardato, sul quale convergerebbe Zingaretti, ma non tutto il Pd, e che gli metterebbe controparte dei gruppi parlamentari del M5S, spaesati senza una guida e una strategia chiara.

Chi tifa Conte

Ma dietro la linea ufficiale dei vertici si agitano frustrazioni e interessi personali. I numeri però vanno letti in entrambe le direzioni e non è escluso che possano venire a mancare i consensi per un altro governo. Lo dimostra la fronda di dieci senatori grillini guidati da Barbara Lezzi, che non voteranno la fiducia se non sarà Conte il premier. Nella notte tra martedì e mercoledì, in una riunione fiume di deputati e senatori pentastellati, gran parte degli eletti ha apertamente espresso perplessità contro lo stato maggiore del Movimento e la decisione di sbarrare le porte a un ritorno di Renzi. Le critiche hanno investito il reggente Vito Crimi e il capodelegazione e ministro Alfonso Bonafede, sempre più indebolito dal fuoco amico dei parlamentari. Poche ore prima, in una riunione ristretta, Bonafede, Crimi e Luigi Di Maio avevano parlato chiaramente di un’opzione elettorale, nel caso i gruppi si fossero ammutinati per un governo a ogni costo e con chiunque. Ne andrebbe della sopravvivenza del marchio M5s e della sua rivendibilità nel futuro. Non a caso, questa volta è stata ben accolta l’invettiva di Alessandro Di Battista: «Renzi è il puparo che serve a tenere fuori Conte». Sia chiaro: nessuno vuole realmente andare a votare, soprattutto in piena pandemia, prima di presentare il Recovery plan (scadenza fine febbraio), con un piano vaccini da rivedere. Ma in un brutale calcolo politico, la via del voto – passando da vittime degli agguati di Renzi – garantirebbe ai grillini di preservare un residuo di intransigenza sulla quale edificare una carriera politica più lunga.

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