Veneto

Dai lavori per un’infiltrazione al Teresianum saltano fuori lettere del 1946

Padova – i lavori hanno rivelato due missive presso il Teresianum che all’epoca ospitava le truppe inglesi. Si può immaginare l’angoscia di una madre che non ha notizie del figlio in guerra, l’ansia di un parente in cerca di notizie. È il 1946 e a Padova si respirano ancora venti di guerra. Il palazzo era di stanza un plotone di soldati inglesi e a loro sono indirizzate le lettere tornate alla luce dopo settant’anni, custodite per tutto questo tempo dalle assi del pavimento. Chi le abbia nascoste è uno dei misteri da risolvere dopo la clamorosa scoperta. Forse proprio quei militari, per custodire un ricordo dei propri cari che hanno dimenticato di recuperare prima di lasciare la città. Forse qualche commilitone che, dopo la morte dei destinatari, le ha nascoste per riportarle ai parenti in Inghilterra.

Intere generazioni di padovani sono passati per il centro educativo cattolico e, sotto i loro piedi, protette dalle assi di legno in uno degli uffici, sono rimaste quelle due lettere. Il tempo non è stato clemente, l’umidità e le tarme ne hanno lasciato poco più che brandelli. «Una grande emozione vista la particolarità del ritrovamento» commenta il preside Umberto Rigato. Due documenti, uno composto da due ordinati fogli a righe, l’altro da un unico foglio piegato per ricavarne più pagine e inserito in una busta: forse proprio questo ha permesso di conservarlo meglio e di leggervi, dopo 72 anni, l’amore di una madre. Datata 7 novembre ’46, la lettera partita da Ascot in Inghilterra è indirizzata a J. Gale. «Mio carissimo figlio» si legge. Il ragazzo da otto settimane non dà notizie di sé «Non mi piace, non è da te» aggiunge la madre che firma insieme al marito. Gli altri fogli sono più compromessi, tempestati di buchi che impediscono di leggere l’indirizzo. La grafia è diversa, ma il contenuto è lo stesso: «Caro John, scrivici presto, per favore». Sono state inviate da persone diverse, forse allo stesso John che la mamma chiama semplicemente J.

Il personale dell’istituto cercherà di rispondere al quesito. «Le abbiamo esaminate con l’insegnante di inglese»spiega Rigato. «Dobbiamo ancora capire come procedere per farle analizzare ma vogliamo scrivere all’indirizzo sulla busta per vedere se ci sia qualche discendente in cerca di risposte». Magari, dopo settant’anni, una famiglia potrà scoprire la verità.

Giuliana Lucca

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