Veneto

Dalle stelle alle stalle

È il Veneto, suo malgrado, la terra promessa della seconda ondata di Covid. Per il quindicesimo giorno consecutivo la nostra regione registra il primato nazionale di nuovi casi mentre l’onda pandemica varca la soglia (ben più che psicologica) dei centomila contagi: 2066 nelle ventiquattr’ore, il doppio della martoriata Lombardia. Una crescita impetuosa, corredata da 3263 ricoveri (+28) e ben 5464 (+53) decessi, che ha colto di sorpresa la stessa comunità scientifica, divergente – è ormai un leit motiv – nell’individuazione delle cause. Al riguardo, esistono varie interpretazioni. Sul versante istituzionale, Luca Zaia leva l’indice verso quanti tralasciano le regole di sicurezza (mascherine, igienizzazione, distanziamento sociale) diventando così veicoli d’infezione; nel merito, poi, il governatore contesta la maglia nera assegnata, reclamando una comparazione tra regioni fondata non sulle cifre assolute ma sul rapporto percentuale tra tamponi effettuati e positivi intercettati, forte com’è di un testing (fino 53 mila tamponi giornalieri) che non trova riscontri nel resto d’Italia.

La lettura di Speranza

Ben diversa la lettura del ministero della Salute: venerdì, pur confermando la collocazione del Veneto in fascia gialla, il direttore della prevenzione del ministero della salute Giovanni Frezza, ne ha evidenziato l’indice di «rischio alto», attribuendolo alla mancata adozione di misure più stringenti: «Le regioni che hanno già sperimentato la zona rossa», è il suo commento «manifestano significativi miglioramenti».

Ancora, secondo il professor Andrea Crisanti, la corsa senza freni del coronavirus è agevolata dall’impiego massiccio di tamponi a risposta rapida, giudicati utili in fase di screening ma, a differenza dei molecolari, inaffidabili nell’individuazione dei soggetti positivi.

Che altro?

Una corrente di pensiero, condivisa dal coordinatore delle microbiologie regionale, il primario Roberto Rigoli, sottolinea le ripetute mutazioni del Covid dall’insorgere dell’emergenza ad oggi; la circostanza (documentata in area britannica da uno studio dell’ateneo di Oxford) è ora all’attenzione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezia che indaga sulle sequenze genetiche isolate a partire da febbraio. Non si tratta di una questione prettamente accademica: la cinetica modificata del virus influenza l’adesione ai recettori polmonari e la reazione immunitaria, suggerendo – qualora confermata – una rimodulazione di profilassi e terapia. Sullo sfondo, ma non tanto, la variante epidemiologica che in primavera “privilegiava” il quadrante nordoccidentale e ora si accanisce sul bacino di Nordest esteso dall’Alto Adige alla Slovenia.

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