Veneto

Draghi alla prima manovra

Quando c’era da presentare all’opinione pubblica le nuove restrizioni contro il Covid, Giuseppe Conte non mancava mai. Alla prima di Mario Draghi lui invece non c’è. «Lavora con spirito di squadra», spiega la portavoce ai giornalisti. La squadra in questo caso sono due ministri. Uno è un veterano del Conte due (Roberto Speranza, Salute), l’altra è un nuovo acquisto (Maria Stella Gelmini, Regioni). Questa volta doveva essere un decreto, invece è di nuovo un Dpcm, per chi non l’avesse ancora imparato acronimo di Decreto del presidente del consiglio dei ministri. La differenza non è da poco: il primo va approvato dal Parlamento entro sessanta giorni, il secondo no. Di nuovo c’è che la terza ondata dei contagi non passerà attraverso misure di lockdown generalizzato. Resta il sistema dei colori per le Regioni, resta il sistema delle zone rosse localizzate, resta la misura estrema della chiusura delle scuole. Con un però: per un mese – dal 6 marzo al 6 aprile – chiuderanno automaticamente solo gli istituti in zona rossa o nei quali si registrino 250 contagi ogni centomila abitanti nell’arco di sette giorni.

Libertà ai governatori

Ai governatori resta la facoltà di chiudere anche in zona arancione e gialla, secondo una previsione lasca e astrusa: «…nelle aree in cui abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti». In sintesi: la piena discrezionalità se farlo comunque, e poco importa se possa essere incongruo. Nelle ore della trattativa su questo punto c’è stata polemica con sindaci e presidenti di Regione: «Con una mano si chiudono le scuole, con l’altra si elimina il divieto di asporto di bibite dai ristoranti dopo le diciotto», lamenta il numero uno dell’Anci Antonio Decaro. Il primo Dpcm dell’era Draghi è frutto di un complicato compromesso, e si vede. «Ci sono segnali robusti di ripresa della curva dei contagi», dice preoccupato Speranza. Franco Locatelli, portavoce in pectore del Comitato tecnico scientifico, più cauto: «La variante inglese è più contagiosa, colpisce di più i bambini, ma non provoca complicanze più gravi del virus originario», tanto negli adulti quanto nei bambini. Nel prossimo mese la mappa dell’Italia sarà ancor più arlecchino, unica strada per non costringere tutto il Paese a fermarsi. Dove resta necessario, o dove lo sarà nei prossimi giorni, arriveranno i fondi del quinto decreto ristori. O meglio «sostegno», ribattezzato così in nome della discontinuità.

La riunione

Ieri ne hanno discusso diversi ministri, riuniti a Palazzo Chigi con Mario Draghi e il capo dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini. A disposizione ci sono trentadue miliardi, una cifra enorme e allo stesso tempo appena sufficiente ad accontentare tutti. Ristoratori, albergatori, impianti da sci, tutte le attività che finiranno nelle nuove zone rosse. Ci stanno lavorando contemporaneamente cinque dicasteri, e per evitare fughe di notizie (pratica in voga nei Conte uno e due) solo due persone (Draghi e il ministro del Tesoro Daniele Franco) hanno un testo completo. Gelmini promette che il decreto arriverà in sette, massimo dieci giorni, ma c’è chi è più ottimista. Il resto è la speranza del piano vaccinale. Speranza evita la domanda su cosa farà la Protezione civile e perché prima era stata estromessa dal piano («c’è sempre stata e ci sarà»), e né lui né Gelmini offrono dettagli su cosa farà il governo per far salire le attuali centomila iniezioni al giorno. L’ex capogruppo di Forza Italia si infastidisce quando le viene chiesto del mancato rafforzamento dei trasporto pendolari. «Siamo qui da diciassette giorni, non possiamo rispondere di tutto ciò che non si è fatto». E per un attimo dimentica che al suo fianco c’è il ministro della Sanità del governo precedente.

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