Veneto

E se in estate arrivasse l’immunità di gregge?

Il governo Draghi promette di farci uscire dall’incubo del Covid entro la fine dell’estate. O meglio, per allora stima di vaccinare quasi tutti gli italiani con più di sedici anni. Rimosso Domenico Arcuri, Draghi ha consegnato la sua credibilità nelle mani del capo della logistica dell’Esercito, Francesco Paolo Figliuolo. Il governo Conte non si era mai spinto fin qui. Ora un piano in 25 pagine stima di raggiungere la cosiddetta «immunità di gregge» a cavallo fra luglio e agosto, con il 60 per cento degli immunizzati. A fine settembre la percentuale dovrebbe salire all’80 per cento.

Il problema delle consegne

Molto dipenderà dalla consegna regolare dei vaccini. E in effetti la tabella allegata da Figliuolo è aggiornata ancora al 3 marzo, prima dell’ultimo taglio previsto da AstraZeneca. Eppure non è solo una questione di consegne. In molte Regioni e in alcune zone remote del Paese mancano le strutture e il personale necessari a procedere rapidamente come gli inglesi. Il piano promette di risolvere entrambi i problemi. Verranno aperti punti vaccinali in caserme, fabbriche, uffici, centri commerciali, sedi di associazioni, nelle strutture delle parrocchie. Alcune grandi aziende hanno già dato la disponibilità al governo: Eni, Enel, Poste, Stellantis fra le più note.

Aumenterà il numero dei vaccinatori

Il piano calcola fino a 44mila medici di medicina generale, sportivi, pediatri, 23mila specializzandi, 60mila odontoiatri. Per essere certi del risultato occorrebbe vaccinare anche nelle farmacie, in molte Regioni già autorizzate a fare i tamponi. Una norma approvata nella scorsa finanziaria lo prevede, ma è scritta male e al momento impone la presenza di un medico laureato. Su questo a Palazzo Chigi c’è ancora il punto interrogativo. L’altra novità rispetto al passato è la cosiddetta «riserva vaccinale» pari all’1,5 per cento delle forniture: sarà a disposizione del Commissario e servirà alle Regioni che dovessero trovarsi a corto di fiale. Come anticipato nei giorni scorsi, la soluzione della pandemia resta dunque nelle mani delle amministrazioni locali, ma con una presenza più massiccia dello Stato.

In campo anche l’esercito

L’Esercito, già impegnato nelle consegne delle fiale, gestirà anche alcuni grandi centri di somministrazione. E avrà un ruolo più attivo la Protezione civile, fin qui rimasta sottoutilizzata. Dal primo al 10 marzo il governo calcola una media di 170mila vaccinazioni al giorno. Già ieri Draghi nel primo discorso pubblico ha detto di considerare credibile triplicare quel numero, dunque fino a mezzo milione di somministrazioni ogni 24 ore. Ciò significherebbe vaccinare dieci milioni di persone ogni venti giorni, fino a trenta in due mesi. La curva allegata al piano stima il 60 per cento degli italiani vaccinati con una o due dosi (dipende dal tipo di prodotto) a fine luglio, il 70 per cento nell’ultima settimana di agosto, l’80 per cento entro il 21 settembre.

L’immunità

E poiché la cosiddetta «immunità di gregge» è stata calcolata su 60 milioni di italiani (compresi i nove milioni di under 16) ciò significa che il governo conta su un’adesione molto alta. Per il momento le persone protette compiutamente dal virus con due dosi sono circa due milioni, il 3,2 per cento degli italiani. L’unico alibi possibile per Draghi e il commissario Figliuolo restano le consegne dei vaccini. Vediamo allora i numeri delle consegne previste di qui a fine settembre: poco più di 13 milioni di dosi entro fine marzo, 52 milioni entro giugno, 84 milioni alla fine del terzo trimestre.

I problemi

Nel secondo trimestre il piano prevede la consegna di 7 milioni di dosi del vaccino tedesco di Curevac – ancora in attesa di approvazione da parte dell’ente regolatorio europeo – altri 7 milioni da parte degli americani di Johnson and Johnson, che ha già annunciato un taglio nelle forniture. «Quella tabella cambia ogni giorno, dobbiamo farcene una ragione, anche se talvolta cambia in positivo», spiega una fonte del commissariato che chiede di non essere citata. E’ per questo che Draghi chiama ogni settimana Ursula von der Leyen e l’ha costretta ad accettare la linea dura con le aziende farmaceutiche, fino al blocco dell’export. La sua reputazione e quella di tutti i leader europei è nelle loro mani.

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