Veneto

Forte aumento dei decessi l’Iss: urgenti le zone rosse

Lo spettro del lockdown appare anche in Italia, dopo che si è diffusa la notizia che la Francia va verso questa misura così traumatica, dalla mezzanotte di domani per un mese. Perché rischiamo? Ci sono due numeri, diffusi ieri, che ci devono preoccupare. No, non sono i 21.994 nuovi casi positivi su 174.398, con un incremento rispetto a sette giorni fa del 100 per cento (quando però furono fatti meno test). Se la tendenza si confermerà anche oggi, significherà sfiorare quota 30mila. Ma i numeri realmente brutti sono 221 e 127. Il primo racconta i decessi per Covid-19 notificati in 24 ore, il 50 per cento in più del giorno prima, ormai siamo vicini alle cifre della prima fase. Il secondo – 127 – parla dell’incremento, sempre in sole 24 ore, dei posti letto di terapia intensiva occupati da pazienti Covid. Tenendo conto che purtroppo molti decessi sono avvenuti tra chi era in rianimazione e una percentuale comunque è guarita ed è stata dimessa, in realtà il numero di nuovi pazienti in terapia intensiva in un giorno è molto più alto di 127.

L’aumento

Resta un fatto: siamo a un totale di 1.411, il 10 per cento in più del giorno prima e il 62 in più di una settimana fa. Di questo passo ai primi di novembre avremo 2.300 posti occupati da pazienti Covid in terapia intensiva e saremo al livello critico di tasso di occupazione del 30 per cento. Non va meglio negli altri reparti: ieri quasi mille nuovi pazienti Covid in più. Questa è la situazione che ha fatto spiegare a Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di Sanità, e a Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute: quando saranno occupati da pazienti Covid il 30 per cento dei posti di terapia intensiva e il 40 per cento di quelli degli altri reparti, non sarà possibile garantire un’adeguata assistenza alle altre patologie. Siamo ancora a metà strada, ma ciò che deve fare riflettere è la velocità della crescita. La sintesi migliore ieri l’ha fatta il primario del pronto soccorso di un grande ospedale romano: «Ormai ci sono pazienti Covid intubati che restano in attesa nelle aree di osservazione dei pronto soccorso anche per quattro giorni; e chi non deve andare in terapia intensiva può restarci anche otto giorni».

Tutto questo accade perché ormai in molte regioni c’è carenza di posti letto. Solo a Roma e nel Lazio ci sono 500 pazienti Covid in attesa di ricovero nei pronto soccorso. Ma a che punto è la corsa del coronavirus in Italia? Gianni Rezza ha ricordato: «Abbiamo una epidemia generalizza, non come a marzo non casi concentrati ma sono distribuiti in tutto il Paese e si dà più tempo al sistema di reagire. Se guardiamo il dato però c’è un raddoppio dei casi ogni settimana, ancora non sono stati occupati tutti i posti in terapia intensiva, ma serve adeguare gli interventi». Anche perché c’è un fattore da considerare: l’onda dei decessi arriva in ritardo rispetto a quello dell’incremento dei casi.

In altri termini: «In un primo momento c’è stato un aumento dell’Rt e del numero casi, dopo vediamo aumentare i ricoveri soprattutto in terapia intensiva. Poi ultimo elemento ad aumentare sono i decessi». Sui provvedimenti da prendere, il richiamo è andato al documento Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunnale-invernale, una sorta di manuale di istruzione di 115 pagine stilato da Ministero della Salute e Istituto superiore di sanità.

Cosa ci aspetta

Ci sono i famosi quattro scenari, con il più grave che scatta quando l’Rt (indice di trasmissione) va oltre l’1,5 in tutte le regioni in modo sistematico (e già alcune sono sopra quel valore). Tra le misure previste – qualora si arrivasse alla «trasmissibilità non controllata con criticità della tenuta del sistema sanitario nel breve periodo» – ci sono anche restrizione localizzate e divieto di spostamento da una zona all’altra e la chiusura delle scuole e delle università. Rezza, nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, ha fatto questa sintesi. «I mini lockdown, che riguardino singole zone, sono un’opzione da prendere in considerazione, quasi un automatismo. Quando la situazione sfugge di mano in una determinata area, questa può essere un’opzione. Abbiamo avuto zone rosse dai tempi di Codogno: quello era, per esempio, un lockdown geograficamente limitato».

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