Veneto

Grafica Veneta, le intercettazioni: «Con le timbrature dei dipendenti ci siamo fregati da soli»

Una questione centrale in tutta questa vicenda è quella che riguarda le timbrature dei dipendenti: argomento affrontato nel corso di una telefonata tra i manager Giorgio Bertan e Giampaolo Pinton, il 7 luglio del 2020.

Bertan: «Una domanda… perché noi gli abbiamo dato le timbrature?».

Pinton: «No… se le sono prese dal computer per quanto riguarda gli ingressi e le uscite».

B.: «Sì, ma noi dobbiamo dire… riferire su base giornaliera, non quelli dei giorni precedenti».
P.: «Sì, ma non è stato possibile perché all’atto del controllo, nell’aprire il programma, hanno visto tutto».

B.: «Ci siamo inc… da soli. Ci voleva un sistema…».

La telefonata

Mezz’ora dopo Pinton chiama Cristian Gasparini, il tecnico che gestisce il macchinario delle timbrature.

Pinton: «Cristian, ti chiamerà il carabiniere che sta lavorando sul caso… non dirgli niente. Digli che il dato che vuole non viene fuori, il sistema non è in grado. Hai capito?».

Gasparini: «Eeee… ascolta… quello è quello che abbiamo noi, cosa vuoi…».

P.: «Tu devi parlare il meno possibile».

Le indagini

Nelle carte dell’indagine compare anche il nome di Fabio Franceschi, che però al momento non è indagato. Nasce una questione che riguarda il reparto mascherine. L’ad Bertan chiama una responsabile per chiederle conto delle mansioni svolte da alcune ragazze. Le microspie ambientali registrano la conversazioni. Bertan chiede a chi ha in ufficio se sia meglio lasciare a casa le ragazze delle mascherine. Secondo i carabinieri in ufficio, in quel momento, c’è Fabio Franceschi, il quale dice che sì, è meglio lasciarle a casa. Bertan richiama la responsabile: «Domani pomeriggio, se non ci sono più i carabinieri torneranno a lavorare nella normalità».

Le violenze

Altro capitolo corposo è quello che riguarda le violenze sui dipendenti. «Sarebbe meglio ucciderli». Frase proferita dopo un pestaggio con sequestro di persona ai danni di sei operai, picchiati e legati dalle squadracce di Arshad Badar e di suo figlio Asdullah. Sembra un film dell’orrore, invece è il racconto che dà il via a tutto, perché è ciò che succede il 25 maggio, prima che i carabinieri trovino gli operai feriti e terrorizzati. «Ho visto sopraggiungere quattro auto con a bordo una quindicina di persone, tutte di nazionalità pachistana», racconta uno degli operai massacrati di botte. «Ho riconosciuto il mio datore di lavoro, suo figlio e altri. Dopo essere entrati in casa con la forza mi hanno picchiato con pugni e calci su tutto il corpo, facendomi quasi perdere conoscenza, poi mi hanno legato le mani con del nastro di stoffa. In casa c’era anche un mio collega che ha avuto lo stesso trattamento. Ci hanno caricato sulle vetture e portati a casa di altri cinque colleghi, pestati anche loro come noi. Hanno continuato a picchiarci per quattro ore, dicevano che era meglio ucciderci. Ci hanno scaricato per strada con tutti i nostri bagagli ma prima si sono presi tutti i soldi che avevamo». La rappresaglia scatta nel momento in cui qualcuno dei lavoratori inizia a ribellarsi alle condizioni imposte: giornate lavorative di 12 ore 7 su 7, niente giorno di riposo, niente ferie, niente malattia, pausa pranzo in fabbrica, sorveglianza a vista continua, obbligo di restituire parte dello stipendio, obbligo di pagare da 120 a 150 euro per l’ospitalità in camere con almeno tre persone.

Il PM

Il pubblico ministero ha acquisito una visione d’insieme che delinea un “vero e proprio sistema, attuato in modo costante, programmato”. I carabinieri hanno acquisito anche quello che ha tutta l’aria di essere il tariffario praticato da B.M. Services, con indicati i prezzi e le relative prestazioni. Ecco alcuni esempi: 0,04 centesimi a copia per 375 pezzi l’ora; 0,01 centesimi a copia per 2.500 pezzi l’ora; 0,01 centesimi a scatola per 1.500 pezzi all’ora. I numeri danno la misura dei ritmi forsennati che dovevano sostenere questi lavoratori. «Lavoravamo tutti i giorni della settimana, compresa la domenica». Racconta uno di questi operai: «In quasi tre anni non ho mai avuto ferie o fatto vacanze, non sono mai tornato al mio paese. Solo un giorno mi sono potuto prendere per andare in Questura a sbrigare pratiche amministrative.

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