Veneto

Il Movimento si spacca. In 20 per il no

«Ognuno può pensare quello che vuole, ma trattative sui ministri con Draghi non ce ne sono state. Draghi è un uomo abituato a sapere che un suo sopracciglio alzato fa girare i miliardi». È ormai sera quando il capo politico del M5S Vito Crimi prende la parola all’assemblea di gruppo, lì dove una ventina di senatori minaccia di disertare la fiducia al governo. «Da Lega e FI sicuramente non mi aspettavo che proponessero Gandhi o Martin Luther King», cerca di tenere a bada gli animi. Ma sotto gli occhi dei Cinque stelle scorrono le immagini del giuramento del nuovo governo e dell’addio di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. C’è la sofferenza per quello che si è perso, la frustrazione per quello che non si è guadagnato. Impossibile trovare un parlamentare davvero soddisfatto: nessun dicastero economico, «nemici» come Daniele Franco e Roberto Garofoli in Consiglio dei ministri, la maggioranza allargata a Forza Italia e Lega, e quel ministero della Transizione ecologica rivelatosi lontano dall’idea del «super ministero». L’insofferenza monta nei gruppi parlamentari, le chat sono roventi: «Stiamo scomparendo», «è un governicchio, altro che governo dei migliori», «il Movimento è morto». Si sfogano gli eletti M5S e il deputato Giuseppe D’Ambrosio è il primo ad annunciare l’addio: «Non posso dimenticare chi sono», scrive sui social.

Cresce il malumore

In questo clima, si gonfia la fronda che minaccia di astenersi sul voto di fiducia, si rinsalda il fronte di quei deputati e senatori pronti al voto contrario e alla scissione, mentre nei territori cresce la protesta di consiglieri regionali e comunali che, spalleggiati dagli attivisti, lamentano un M5S umiliato da Draghi. Il partito è nel caos, tanto da far temere, a chi vorrebbe proseguire al fianco di Draghi, che il malcontento si muti in un’operazione per ribaltare il tavolo del governo. «Oggi si deve scegliere: o di qua o di là», scrive Beppe Grillo sul blog, invitando i suoi a una «transizione cerebrale». Ma è un appello che cade nel vuoto. Anzi, ai malpancisti suona come una sfida e, in risposta, chiedono di invalidare il voto su Rousseau. La corrente della Resistenza, guidata dalla senatrice Barbara Lezzi, invia una lettera al capo politico Vito Crimi e allo stesso Grillo per chiedere un voto bis, perché «non c’è – sostiene Lezzi – quel super-ministero messo al centro del quesito». La stessa richiesta arriva da un gruppo di attivisti lombardi e sfocia in una petizione su Change.org con migliaia di adesioni in poche ore.

Il dissenso

Altri nomi di peso, come quello di Nicola Morra, sventolano la bandiera del dissenso: «Non posso avere fiducia in un governo che pare Jurassic Park con il recupero di mostri che hanno popolato il passato». Un altro senatore, Daniele Pesco, finora rimasto fuori dai radar degli scontenti, sbotta: «A tutto c’è un limite». E dall’esterno Alessandro Di Battista continua a martellare: «Immorale dare ruoli a Brunetta, Carfagna, Gelmini». I senatori, nel pomeriggio, si autoconvocano per riversare la rabbia sul capogruppo Ettore Licheri e sui vertici per la loro gestione delle trattative. L’assemblea congiunta che si apre in serata cristallizza le posizioni. Il pericolo più concreto, adesso, è quello di avere entro pochi giorni un Movimento plasticamente dilaniato. I voti contrari alla fiducia, in Senato, rischiano di essere molti di più di quei 5 o 6 che alcuni esponenti del Movimento sperano di contare. «Potrebbero essere più vicini ai venti che ai dieci», fa sapere uno dei dissidenti, «e qualcuno di più alla Camera».

L’espulsione

L’espulsione sarebbe, a quel punto, un passaggio obbligato e alcuni di loro, non tutti, stanno ragionando intorno alla possibilità di costituire un nuovo gruppo che resti stabilmente all’opposizione. Ma la preoccupazione più forte per i vertici 5S riguarda il fronte dell’astensione, molto più ampio e poco propenso a cedere, anche perché – per le regole interne – non rischierebbe la cacciata. Al momento, però, non sembra che sia stata individuata una guida riconosciuta in questo mare di scontento. E quindi, qualcuno in grado di lanciare un Opa sul partito, in vista della nuova leadership collegiale da votare entro poche settimane.

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