Veneto

Inchiesta caporalato a Grafica Veneta, ecco la foto choc dei nuovi schiavi

Così legavano gli schiavi dopo averli maltrattati, picchiati, derubati e spogliati della dignità di esseri umani prima che di lavoratori. Eccolo uno dei pària di Grafica veneta, con il cafetano sgualcito e le mani legate dietro la schiena. Con il rossore dei lividi dopo ore di botte chiuso in una stanza. E dopo le violenze, l’umiliazione dell’abbandono lungo una statale, con i legacci a impedirne i movimenti. E tutto per cosa? Perché Bilal (nome di fantasia), pachistano dipendente della Bm Service, aveva osato rivolgersi ai sindacati per avere ciò che gli spettava: soldi arretrati mai percepiti dopo un rapporto di lavoro interrotto da un giorno all’altro, senza spiegazioni, senza un motivo.

I verbali

Non servono aggettivi per descrivere il grado di sopraffazione che permeava i rapporti nell’ultimo miglio della catena di produzione di un’azienda conosciuta come gioiello dell’economia veneta. I racconti messi a verbale dai carabinieri sono un film dell’orrore. La prigione degli operai pachistani impiegati nello stabilimento di Trebaseleghe era il reparto in cui i volumi venivano etichettati e impacchettati. Lavoravano 12 ore al giorno, 7 giorni su 7.

Le telefonate

Arshad Badar, capo della Bm Service, nella telefonata del 3 giugno 2020 racconta a un interlocutore quello che è l’epilogo di questa protesta dei suoi dipendenti.

Badar: «Ho avuto qualche problema con alcuni ragazzi ma per fortuna sono riuscito a risolverlo. C’erano dei ragazzi che lavoravano da tempo, da 2/3 mesi, avevano terminato il contratto ma continuavano a lavorare… non lavoravano bene loro e non volevano che altri lavorassero come si deve… hanno fatto un casino. C’erano 8/10 persone, ho parlato con mio figlio e li abbiamo cambiati… alla fine ho fatto una cosa bella e sono andati via».

Abdul: «Hai fatto bene, ora è tutto ok. Hai sistemato tutto?».

Badar: «Sì, adesso in Pakistan anche i loro parenti stanno attenti».

Il dubbio

In cosa consistesse la “cosa bella” fatta da Badar padre e dai suoi scagnozzi, lo racconterà Bilal ai carabinieri. «Dal 30 aprile 2020 io e i colleghi non venivamo più impiegati per attività lavorativa. Dopo una decina di giorni senza lavorare, abbiamo chiesto spiegazioni a Arshad Badar, il quale ci ha detto che il contratto era terminato e che dovevamo lasciare l’abitazione. A questo punto abbiamo chiesto di ricevere i soldi che ci spettavano per le ore lavorative svolte in eccedenza e per tutte le competenze spettanti. Nessuna risposta. Allora abbiamo deciso di rivolgerci al sindacato. Ci siamo andati in autobus, nella sede di Padova, il 25 maggio 2020 alle 9.30. In quella sede abbiamo aperto una vertenza contro il nostro titolare». Pochi di loro immaginavano cosa sarebbe successo al termine di quell’appuntamento durato oltre tre ore. «Siamo tornati nella casa di Trebaseleghe e verso le 14.30 ci siamo recati nelle nostre stanze. Dopo una decina di minuti hanno fatto irruzione due persone, poi altre cinque. Mi hanno legato mani e piedi con delle cinture, corde e dei lacci a mi hanno picchiato con calci e pugni, lanciandomi addosso anche alcuni oggetti. Mi hanno preso il telefonino e anche tutti i documenti inerenti il rapporto lavorativo con la Bm Service, le buste paga, la copia degli atti relativi alla vertenza sindacale, 25 euro in contanti e la mia carta Poste Pay. Fatto ciò mi hanno trasportato di forza in una camera da letto al piano terra della casa, dove sono stato riunito con gli altri connazionali che si erano rivolti con me al sindacato, tutti legati mani e piedi».

Sempre Arshad Badar il 21 luglio spiega in un’altra telefonata il senso di quell’azione violenta

Badar: «Avevo un po’ di casino con gli operai in fabbrica, li abbiamo picchiati e mandati via perché quando ci sono operai che lavorano da tanto tempo, iniziano a fare casino con le varie richieste. Alcuni sono andati via, altri hanno fatto denuncia».

Iqbal: «Se hanno fatto denuncia è un problema».

Badar: «Questi nel momento in cui capiscono di essere in regola in Italia iniziano a creare problemi».

Bertan ha paura

La notizia della vertenza arriva anche alla dirigenza di Grafica Veneta e, infatti, l’amministratore delegato Giorgio Bertan chiama subito Arshad Badar. Bertan: «L’avvocato scrive a noi perché se la ditta Bm Service non provvede a rimborsare il denaro dovuto, si rifanno su Grafica Veneta. Ho sempre sostenuto e detto che queste cose devono essere sistemate da voi e che noi non dovevamo essere coinvolti perché, se così fosse, non possiamo più avere rapporti con voi. Siete quindi obbligati a sistemare le cose vostre interne». Poi altre botte, altre vessazioni, altri legacci.

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