Veneto

La Donazzan si salva con una tirata d’orecchi

Assolta, con formula piena. Come voleva Zaia, che ha disertato l’aula. Come sempre. Scuse accettate, sentenzia lo speaker leghista Villanova con Roberto Bet che certifica: in quella trasmissione non c’è stata apologia del fascismo. La mozione di “censura” ad Elena Donazzan viene respinta. È finita con 10 sì del centrosinistra, 5 voti contrari di Fratelli d’Italia e 32 astensioni della Lega. Stefano Valdegamberi che ha firmato con l’opposizione è uscito dall’aula: la causa cimbra può aspettare. Maggioranza assoluta non raggiunta. Fine del processo storico e ideologico sul fascismo e la Resistenza. Lei sorride. «Accade nella vita di sbagliare», ha appena detto senza tradire un filo d’emozione verso le 15,09. Tailleur nero, capelli raccolti a coda di cavallo, ha parlato per due minuti. Da vent’anni siede a palazzo Ferro Fini e da tre legislature si occupa di lavoro, prima con Galan e poi con Zaia. Un record, una colonna della destra in salsa veneta. Sempre fedele al duce. E al potere.

Nessun pentimento

Ma chi si aspettava il pentimento con il mea culpa per aver cantato “Faccetta nera” e rivalutato Mussolini, resta deluso. Non c’è dolore, né ribellione della coscienza: la Pacificazione proposta in una lettera infinita diventa un testo di 30 righe. Zaia le ha imposto il silenzio: nessuna intervista, stop alle polemiche. Copione rispettato. E lei in aula per dovere d’ufficio ripete: «Vi rinnovo le scuse, non era mia intenzione offendere nessuno e certamente non mi troverò più nella circostanza di rispondere a una trasmissione qual è “La zanzara” irridente e sopra le righe, creando involontariamente imbarazzo alla mia Amministrazione regionale». L’altro passaggio decisivo sta alla fine: «Su alcuni temi la nostra nazione ha ancora ferite aperte e un clima che non permette leggerezza. Accade nella vita di sbagliare». Mai scuse più ermetiche e non sentite.

L’attacco

La pena più dura a Elena Donazzan tenta di infliggerla Vanessa Camani: «Per essere credibile, lei assessore, non ha che una strada: dichiarare di essere antifascista e di credere nella Costituzione nata dalla lotta di Liberazione». Come bere la cicuta o l’olio di ricino. Giammai. Elena Donazzan ha fatto finta di non sentire. Si è morsa la lingua per non reagire. Poi via al dibattito. Pochi i riferimenti storici di qualità con un mix di racconti familiari che danno l’idea di una classe dirigente che i libri di storia li ha lasciati intonsi sulle librerie. Alle 15 apre le danze il professor Arturo Lorenzoni e quando illustra la mozione di censura cita Concetto Marchesi, il rettore dell’appello Liberi e forti lanciato il 1° dicembre 1943 a Padova: studenti, una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza, ha tradito la patria… Voi con la gioventù operaia e contadina dovrete rifare la storia dell’Italia. E ricordate, che dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che ha coperto la classe dirigente, ha scritto il rettore poi approdato alla Costituente. Lorenzoni prova ad annodare i fili della storia. «Mi appello ai consiglieri della Lega: se volete essere degni eredi di Marchesi dovete votare la nostra mozione. Il Veneto non può essere rappresentato per la scuola da un assessore che non ha mai condannato le leggi razziali contro gli ebrei, costretti a lasciare le cattedre come toccò anche al professor Tullio Levi Civita, insigne matematico a Padova. L’appello cade nel vuoto.

Il PD non ci sta

Poi tocca al Pd con tutta la squadra: «La Donazzan ha chiesto scusa ma dopo aver ascoltato le sue parole in aula abbiamo avuto conferma che quella “canzoncina” non è stato un atto di leggerezza. È inammissibile mettere sullo stesso piano Faccetta nera e Bella ciao. La prima è il simbolo di oppressione e dentro c’è tutto il fascismo: razzismo, violenza sessismo. L’altra è simbolo di liberazione. Il fascismo è stato un periodo buio e di terrore che ha portato tutta l’Italia a impoverirsi dal punto di vista morale, economico e civile. L’astensione della maggioranza significa non voler prendere su questo una posizione netta e chiara», dicono in coro il capogruppo Giacomo Possamai, Anna Maria Bigon, Vanessa Camani, Jonatan Montanariello, Andrea Zanoni e Francesca Zottis. Deluse anche Elena Ostanel ed Erika Baldin: «Vergogna, le scuse sono tardive. Com’è possibile accettare simili dichiarazioni da parte di una donna che dovrebbe sapere a quali angherie furono sottoposte le “belle abissine” della canzone da lei rievocata? Non possono esserci dubbi sul regime fascista: l’orrore delle leggi razziali non si cancellerà mai», ha detto la consigliera del M5s.

Chiude Pan e Speranzon incensa

E la Lega? Ha parlato il capogruppo Giuseppe Pan che ha difeso la Costituzione nata dalla Resistenza e poi ha ricordato i 40 anni della Lega nata su basi federaliste. La linea politica l’ha data Alberto Villanova: «Scuse accettate. Lei ha riconosciuto che il gesto era grave, non c’è spazio per la nostalgia fascista. Le ricordo la legge sulla Memoria approvata all’unanimità che ha consentito a 80 insegnanti di spiegare agli studenti cos’è stata la Shoah. Noi siamo per l’astensione». Raffaele Speranzon alle 18,30 tira un sospiro di sollievo: parla lui per Fratelli d’Italia e tesse le lodi di Elena. Poi il voto: tutto come previsto. Donazzan assolta, Ciambetti e Zaia brindano.

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