Padovano

Morì per aver rifiutato la chemio. Per i genitori confermata la condanna

Nessun commento. Solo gli occhi lucidi, il groppo in gola e tanta voglia di andarsene. Rita Benini non ha proferito parola né prima né dopo la sentenza della Corte d’appello di Venezia che ha confermato nei confronti di lei e del marito Lino Bottaro, entrambi di Bagnoli, la condanna a due anni di carcere (con il beneficio della sospensione condizionale) per la morte della figlia Eleonora, uccisa da una leucemia linfoblastica acuta. Una figlia che, ancora minorenne, aveva scelto di non combattere la malattia con la chemioterapia. Scelta autonoma, dal prevedibile esito drammatico, di una ragazza nella primavera della vita? O scelta di una giovane legatissima ai genitori e condizionata dalle posizioni anti-scientifiche di mamma e papà, sostenitori del metodo “Hamer” che cura i tumori con vitamine, cortisone e psicoterapia? 

La Giustizia si è pronunciata già tre volte

E nelle ultime due occasioni, ribadendo la penale responsabilità dei coniugi Bottaro nel reato di omicidio colposo (senza l’aggravante della prevedibilità dell’evento come, invece, contestato dalla procura padovana). Ora all’avvocato Raffaella Giacomin, che ha cercato di costruire una rigorosa difesa tecnica, spetta la prova della Cassazione: «La Corte si è riservata 90 giorni per depositare le motivazioni. Non sono in grado di comprendere le ragioni che hanno spinto i giudici a confermare la sentenza di primo grado e mi riservo di analizzarle ai fini di un eventuale ricorso per Cassazione».

L’accusa

Soddisfatto del risultato il sostituto procuratore generale, Giovanni Valmassoi, che aveva ribadito la linea della procura padovana: «È un fatto umanamente drammatico» tiene a precisare, «Ritengo che i giudici d’appello abbiano considerato i comportamenti dei genitori sia attivi che di inerzia. Leggeremo le motivazioni». Davanti ai giudici di secondo grado il processo è iniziato il 12 novembre scorso in seguito al ricorso della difesa (non era stato presentato appello né del procuratore aggiunto Valeria Sanzari, che aveva coordinato l’indagine, né dalla Procura generale veneziana). Sotto “accusa” era finita la sentenza di condanna a due anni pronunciata dal giudice padovano, Marina Ventura, il 20 giugno 2019. Giudice che, motivando la sua decisione, aveva osservato come «i genitori avevano il preciso dovere di attivarsi per garantire alla figlia il diritto primario, quello di vivere… Invece hanno fatto tutto quanto era in loro potere per sottrarre Eleonora alle cure che la potevano guarire».Il procuratore Valmassoi non ha avuto dubbi sulla richiesta di condanna richiamandosi agli argomenti della sentenza di primo grado. Anzi, aveva evidenziato i comportamenti “attivi” dei genitori, responsabili «di aver distratto la figlia… impedendole le visite mediche», ma anche i comportamenti “omissivi”. 

La difesa

 L’avvocato Giacomin ha replicato punto su punto: i genitori non hanno mai interferito con il processo volitivo e decisionale della minore nella scelta di non curarsi, di rifiutare la chemioterapia e le terapie palliative contro il dolore come emerso nel processo. E, ancora, la minore ha sempre rifiutato qualsiasi forma di intervento farmacologico. La conseguenza? In questo processo di rifiuto i genitori non hanno avuto alcun ruolo che possa essere oggetto di rimprovero penale. L’inchiesta era nata in seguito a un esposto trasmesso in procura nel febbraio 2016 dall’allora direttore Oncoematologia pediatrica, il professor Giuseppe Basso, con il Comitato Bioetico dell’Azienda ospedaliera: era stato segnalato che non potevano essere iniziati i protocolli terapeutici previsti per Eleonora (all’epoca 17enne) perché mancava il consenso informato dei genitori. 

La fine dell’inchiesta

L’inchiesta si era conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio dei Bottaro. L’1 dicembre 2017 il gup Mariella Fino aveva pronunciato una sentenza di «non luogo a procedere» nei confronti dei genitori di Eleonora «perché il fatto non costituisce reato», ritenendo che la ragazza fosse stata in grado di scegliere in libertà. Immediato il ricorso del procuratore Sanzari, accolto dalla Corte d’appello, e genitori a processo: in primo grado la condanna, ora confermata in secondo grado.

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