Veneto

Picchia a sangue la moglie e si giustifica: “Non sapevo che in Italia non si potesse”

In lacrime sul banco degli imputati, sa di rischiare un processo. In lacrime ma pronto a giustificarsi: «Non sapevo che picchiare la moglie fosse un reato in Italia. Non lo sapevo».

Si difende così un 44enne nepalese già a processo subito dopo il fatto. Tanto che tornerà in aula a tempo di record per rispondere di maltrattamenti, lesioni volontarie e minacce aggravate dall’uso di un coltello nei confronti della moglie, una 26enne connazionale che attualmente si trova in una comunità protetta con la figlioletta di 11 mesi. E che aveva cercato di ritrattare la querela presentata nei confronti del coniuge nonostante le ferite sul corpo («Me le sono fatte da sola»).

Lo ha deciso il gup Cristina Cavaggion accogliendo la richiesta di rinvio a giudizio del pm Daniela Randolo. L’11 giugno scorso la giovane mamma, con la sua bimba, era stata incrociata alle due di notte da una volante della polizia mentre vagava disperata per le strade dell’Arcella, vicino al Bingo. Era stata picchiata per l’ennesima volta dal coniuge che, oltre ad avere rapporti di lavoro con il Bingo, era pure dipendente del vizio di giocare d’azzardo.

 

Innegabili i segni sul suo corpo: contusioni e graffi sulla schiena; una ferita da un tentativo di strangolamento sul collo e la paura che mai l’abbandonava. Per l’uomo era scattata la misura del carcere, alleggerita negli arresti domiciliari con il divieto di ogni contatto con la compagna. Lui aveva cercato di essere giudicato con rito abbreviato condizionato alla testimonianza di lei.

 

 

 

Ma il pm Randolo, titolare dell’inchiesta, ha affidato una consulenza al dottor Alessandro Pesavento. E lo psichiatra ha concluso che la 26enne è incapace di testimoniare. Pur laureata, non parla italiano, è senza un sostegno economico e si sente responsabile delle conseguenze legali che il marito sta affrontando. Alla fine, vittima due volte.

 

Giuliana Lucca

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