Veneto

Rilasciati in Veneto 700 mila green pass. Ma la circolazione all’estero è un rebus

Personale sanitario e popolazione delle case di riposo, soggetti fragili e vulnerabili, fasce d’età over 60: sono quasi 700 mila i veneti già in possesso di “green pass”, il lasciapassare rilasciato dai centri vaccinali a quanti hanno completato il ciclo prima dose-richiamo acquisendo un’immunità anticorpale la cui efficacia è stimata dagli esperti tra i sei e gli otto mesi. Un documento bilingue, che abbina il testo inglese per favorire la circolazione all’estero e include le generalità del paziente, i tempi e il luogo delle somministrazioni nonché il marchio del vaccino inoculato e l’ente certificatore.

Valido in Italia, si lavora per l’estero

«È valido in tutta Italia, ne abbiamo concordato la formulazione con il ministero della Salute e la conferenza delle Regioni», il commento di Luca Zaia «La garanzia rappresentata dalla nostra anagrafe vaccinale on line dovrebbe soddisfare anche gli altri Paesi. Però occorrono regole omogenee sovranazionali e un indirizzo chiaro da parte dell’Europa».

Tamponi, questionario, quarantena

L’allusione corre al fatidico passaporto comunitario “Covid free”: più volte evocato, resta un miraggio e la circostanza, alla vigilia della stagione estiva e del ripristino dei flussi vacanzieri, ostacola non poco la libertà di movimento, soprattutto per gli italiani diretti all’estero, dove vigono regole diverse in seno alla stessa Unione. Così Spagna e Francia consentono l’ingresso da tutti i Paesi europei e dello spazio Schengen, senza obbligo di quarantena ma con un test molecolare negativo effettuato nelle 72 ore antecedenti, abbinato, nel caso dei transalpini, ad un’autocertificazione di buona salute; più arcigno il Regno Unito che prevede il test citato, la compilazione di un formulario on line, il “travel locator form”, prima della partenza e una quarantena variante tra i 5 e i 10 giorni accompagnata da due tamponi a pagamento (costano 210 sterline) previa prenotazione.

L’UE

La Germania offre invece tre opzioni: pass vaccinale (entrambe le dosi o una soltanto se si è contratto il Covid), certificato di guarigione – i veneti negativizzati sono oltre 393 mila – test molecolare o antigenico nelle 48 ore. Analoghe le condizioni previste in Grecia, che riserva però 7 giorni di quarantena ai passeggeri extra Ue e un controllo a campione (obbligatorio) con isolamento di due settimane in un Covid hotel in caso di positività. Respingente l’altolà degli Stati Uniti: il governo di Washington vieta l’accesso ai viaggiatori che, nei 14 giorni precedenti, siano stati in un Paese dell’area Schengen (inclusa l’Italia) o in altri luoghi – dal Regno Unito al Brasile, alla Cina – giudicati ad elevato rischio.

Passaporto sanitario? Un miraggio

Tant’è. A ruoli invertiti, per chi varca il confine italiano provenendo dai territori dell’Unione europea e di Schengen (oltre che dalla Gran Bretagna e da Israele) non è più prevista la quarantena, basterà un test molecolare o antigenico negativo effettuato nelle 48 ore precedenti; chi ne risulti sprovvisto trascorrerà dieci giorni in isolamento con tampone finale. «Il pass ripristina la libertà di circolazione, è un diritto del cittadino vaccinato», conclude il governatore del Veneto, «Quando ho ventilato l’istituzione di un passaporto europeo non auspicavo certo una stretta autoritaria quanto una garanzia di sicurezza, per tutti. La regìa dell’Organizzazione mondiale della sanità? Se l’Oms c’è, batta un colpo».

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