Veneto

TAV, Vicenza dice sì. Ma il resto d’Italia?

Vicenza a Torino per dire sì alla Tav

Vicenza a Torino per dire sì alla Tav

C’era anche una delegazione del Comune di Vicenza, rappresentato per l’occasione dall’assessore alle infrastrutture Claudio Cicero, alla manifestazione pro Tav svoltasi a Torino il 12 gennaio.  «Eravamo tantissimi – commenta l’assessore Cicero – in rappresentanza di un’Italia che non solo vuole, ma che ha bisogno di questa infrastruttura. Siamo già in ritardo di decenni sul sistema della mobilità veloce e non c’è più tempo da perdere. Ce lo chiedono gli imprenditori e ce lo chiedono i cittadini: perdere questo treno significa essere fuori dall’Europa».

Le parole di Cicero vengono incalzate dalle dichiarazioni allarmanti del Presidente del Parlamento Europeo, il forzista Antonio Tajani, che ai microfoni di Mattino Cinque, martedì 15 aprile, definisce «inutile un referendum in quanto ormai l’Italia ha deciso diverso tempo fa e indietreggiare ora comporterebbe una sanzione durissima».

 

“pro” e contro

Una tratta ferroviaria che, da Torino a Lione, consenta un collegamento sul versante Ovest delle Api tra il Bel Paese e la Francia. E così la mobilità sarà più rapida, si potrebbe pensare. Vero, ma il progetto denominato Tav, almeno in origine, ha per oggetto il trasporto merci. Dubbia la reale necessità di un’apposita tratta ferroviaria per un traffico possibile anche mezzo aereo o strada, ad esempio. Certamente la schiera pro si rivela favorevole anche allo sfruttamento della tratta per il trasporto passeggeri. Ma l’eventuale riduzione di qualche ora rispetto alla tratta stradale, per non porre il paragone con i voli disponibili, si rivela tanto indispensabile da giustificarne i costi? Ossia, 4,7 miliardi!

I costi

«Vicenza vuole questa infrastruttura, che considera strategica e non più rinviabile nei tempi di realizzazione – dichiara il sindaco Rucco, aggiungendo: «noi stiamo convintamente facendo la nostra parte e non abbiamo intenzione di fermarci finché non vedremo partire i lavori». Difatti, i lavori sono momentaneamente sospesi e il ministro Toninelli ha annunciato che la bozza dell’analisi costi/benefici sarà completa a fine gennaio. Intanto il danno, in termini economici, per ogni mese di ritardo è di ben 75 milioni di euro al mese. Basti pensare che gli appalti dovevano partire a dicembre 2018. Allarmismo anche dal mondo accademico: diversi infatti i docenti che hanno espresso le loro perplessità in merito alla grande opera che, semmai dovesse essere avviata, vedrà la luce tra almeno una decade.

E chi paga?

Forse un referendum “inutile”, a fronte dei costi/benefici, porterebbe alle urne un’affluenza tutt’altro che bassa. La motivazione verrebbe giustificata in primis dall’eventuale aumento delle tasse che gli italiani subirebbero (e che forse ad oggi, dato lo stato di fermo dei lavori, è una tragedia annunciata) a fronte di un aumento del debito pubblico per il compimento dei lavori. E i lavoratori? Giusta domanda. Investendo una minima parte in altri interventi certamente più utili già forse il fronte lavorativo si ritroverebbe tutelato senza il rischio di dover poi restituire i salari a suon di aumenti delle tasse a discapito di un intero Paese. A fronte di tutto ciò, si rivela così indispensabile un simile dispendio? Tav sì, Tav no? Ai posteri l’ardua sentenza.

Nico Parente

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