Trevigiano

Italia campione d’Europa: gli esordi di Bonucci, mandato a Treviso da Mancini

«Mangiate ancora pastasciutta, ne dovete mangiare ancora». Leo Bonucci è già un meme, un idolo, un immortale. L’ultima sua esultanza – dopo aver spiegato agli inglesi il concetto ormai da libri di storia dello “sciacquatevi la bocca” – rimanda a quando era un ragazzino. Aveva vent’anni, come cantano i Måneskin, quando si è affacciato al calcio professionistico, quando l’Inter lo prestò al Treviso, in Serie B. Era il 2007. Lì iniziò a “mangiare la pastasciutta”. Ovvio, quella che preparava “il nonno” dei giocatori, Umberto Ziliotto, alla “mensa” del Tenni, e quella che divorava in campo, agli ordini di Bepi Pillon, il primo allenatore a lanciarlo da titolare.

Un “tutor” d’eccezione

Lo “sponsor”, in realtà, era di quelli importanti: Roberto Mancini. Eh sì, la vita fa dei giri strani… Il Ct campione d’Europa era l’allenatore dell’Inter, e aveva intravisto in quel ragazzotto che giocava nella Primavera nerazzurra le stimmate del campione. Così fu lo stesso Mancio a spingere Bonucci al Treviso: aveva bisogno di essere preparato tecnicamente, di iniziare a sgomitare contro i trentenni, e doveva maturare anche da un punto di vista caratteriale.

L’arrivo a Treviso

Sì, a Treviso – viveva in Fonderia con Dario Venitucci, oggi alla Luparense – mangiò tanta pastasciutta (lo si poteva vedere spesso in città al ristorante Da Roberto o appena fuori, al Fogher, l’alternativa era il brasiliano allo Zebù in Strada Ovest), a Treviso conseguì la patente (e acquistò un’Audi A3 grigio metallizzato), a Treviso visse il primo lutto della vita, quando – era il 15 luglio 2008 – il suo compagno di squadra (di più, un amico, un punto di riferimento) Gionata Mingozzi morì sulla Romea. Da quella disperazione Leonardo da una parte si bloccò, dall’altra crebbe. Dopo altri sei mesi a Treviso (in panchina c’era Luca Gotti, che nel ruolo preferì Beppe Scurto) finì a Pisa, poi i due anni a Bari prima di diventare qualcuno con la Juve. Ma il legame con il Veneto non è mai venuto meno: qui trovò il suo primo mental coach (Alberto Ferrarini) qui ha ancora un “clan” di amici, qui ha investito (in piazza San Vito, a Treviso, sono suoi i muri del negozio Levi’s).

Adesso è campione d’Europa

Eh sì, la vita fa dei giri strani: quello scavezzacollo, che qui mangiava pastasciutta ma un po’ tale è rimasto – sennò chi, al primo “no” delle autorità, avrebbe insistito per il pullman scoperto? – adesso è Campione d’Europa.

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