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Trump è un pericolo e adesso rischia di non concludere il mandato

Erano le undici di mercoledì sera, quando una fonte molto vicina a Trump ha chiamato: «Siamo qui, con Rudy Giuliani e Bernard Kerik, e abbiamo ricevuto le prove che l’assalto al Congresso è stato lanciato dai terroristi Antifa, non dai manifestanti pacifici di Maga. Ci sono le foto a confermarlo». Poche ore prima Capitol Hill era stato attaccato e quattro persone erano morte. Deputati e senatori avevano evacuato, ma poi erano tornati in aula, proprio per rispondere agli aggressori e continuare il processo costituzionale per certificare la vittoria di Biden nelle elezioni del 3 novembre. Eppure nelle stesse ore l’avvocato personale di Trump, e l’ex capo della polizia di New York, lavoravano febbrilmente per cercare “fatti alternativi”, con cui tentare di rovesciare ancora una volta la realtà. Niente li avrebbe fermati, nulla avrebbe dissuaso Donald dalle manovre per restare aggrappato al potere.

Il 25° emendamento

Questo aiuta a capire perché ieri, dopo la conferma definitiva che il 20 gennaio Biden entrerà alla Casa Banca, è scattata la rivolta per fare in modo che Trump ne esca subito. La Speaker della Camera Pelosi, il futuro leader della maggioranza democratica al Senato Schumer, ma anche il deputato repubblicano dell’Illinois Adam Kinzinger, hanno chiesto al vice presidente Pence di rimuovere il proprio capo. Lo hanno fatto appellandosi al Venticinquesimo emendamento della Costituzione, che consente di destituire un presidente incapacitato. Pelosi però ha avvertito che se non agirà, «il mio gruppo è pronto a riaprire subito le procedure per l’impeachment». Nel frattempo è cominciata anche la fuga dall’amministrazione, ma colpevolmente in ritardo. Dopo il vergognoso assalto di mercoledì, quando il coprifuoco è calato su Washington e la polizia ha ripreso il controllo della città, alle otto di sera i parlamentari sono tornati al Congresso per riprendere il lavoro. A quel punto Pence aveva rotto con Trump, chiarendo che non avrebbe violato la Costituzione per tenerlo al potere, e parecchi repubblicani come i senatori Graham e Loeffler avevano recuperato le capacità mentali, o semplicemente capito che non c’era più nulla da guadagnare con Donald.

I fedelissimi

Eppure una manciata di loro, guidati da Cruz e Hawley, ha insistito nel contestare i risultati del 3 novembre in Arizona e Pennsylvania. Camera e Senato quindi hanno dovuto riprendere questo dibattito surreale, fino a quando entrambe le mozioni sono state bocciate, e alle 3,44 del mattino Pence ha potuto chiudere la sessione confermando che Biden è il nuovo presidente. Solo allora Dan Scavino, storico servitore di Trump, ha pubblicato via Twitter la resa a nome del capo, bandito dai social media: «Nonostante io sia totalmente in disaccordo con il risultato delle elezioni, e i fatti mi confortano, ci sarà una transizione ordinata il 20 gennaio». Dunque, nessun riconoscimento della sconfitta, o ammissione di colpa. Solo una resa rassegnata, che secondo le indiscrezioni sarebbe stata forzata dai collaboratori più vicini, quando ormai tenere il punto era diventato un atto criminale, perché spingendo i terroristi ad assalire il Congresso Donald aveva violato il suo giuramento e il dovere costituzionale di proteggere gli americani. Infatti medita di autoperdonarsi.

Trump non molla

Il Washington Post ha descritto queste ultime ore come un crepuscolo guidato dalla «mentalità del bunker», un po’ come Hitler a Berlino mentre i sovietici entravano in città. Le uniche persone con cui parla sono il capo di gabinetto Meadows, Scavino, il direttore del personale McEntee, e il diabolico consigliere per le politiche contro l’immigrazione Miller, oltre ai famigliari Kushner e la moglie Melania. «Non è più mentalmente raggiungibile», ha confidato un funzionario della Casa Bianca, spiegando perché sono cominciate le dimissioni. Hanno lasciato l’ex portavoce Grisham, fedelissima dal 2015, il vice consigliere per la sicurezza nazionale Pottinger, e la segretaria ai Trasporti Chao, moglie del capo della maggioranza repubblicana al Senato McConnell. Lo hanno criticato il segretario all’Homeland Security Chad Wolf, mentre l’ex ministro della Giustizia Barr lo ha accusato di aver «tradito la sua carica». Troppo tardi, e troppo facile farlo ora: dove erano le loro coscienze, mentre lo aiutavano a demolire la democrazia americana? L’altro grande scandalo è il fallimento della sicurezza.

Il congresso

Il Congresso è difeso dalla Capitol Police, corpo di soli 2.000 agenti con un bilancio da 460 milioni di dollari, guidato da Steven Sund. Non erano pronti all’assalto, preparato da giorni sui social come Gab e Parler. Anzi, in alcuni casi hanno aiutato gli aggressori. La Guardia Nazionale aveva schierato solo 340 soldati disarmati, per controllare il traffico, mentre la polizia di Washington e l’Fbi aspettavano di essere chiamate. Soltanto alle 3 del pomeriggio, su sollecitazione di Pence invece che Trump, il capo del Pentagono McCarthy ha mobilitato le sue risorse per riportare l’ordine. Come mai le forze armate erano scese in piazza per accompagnare Donald a fare una foto davanti alla St.John’s Episcopal Church, durante le proteste di Black Lives Matter, ma sono rimaste a braccia conserte durante l’assalto a Capitol Hill? Forse perché in fondo non erano dispiaciute da cosa stava accadendo? Mercoledì sono stati fatti solo 68 arresti, e 14 ieri.

I ricercati

Tra i ricercati ci sono Jake Angeli, il seguace di QAnon con le corna, Richard Barnett, quello seduto alla scrivania di Pelosi, e poi Tim Gionet e Nick Ochs. E le altre centinaia di assalitori? Il Venticinquesimo emendamento richiede che il vice presidente dichiari il presidente incapacitato, e ottenga la maggioranza nel gabinetto e al Congresso. Adam Kinzinger ha chiesto che sia attivato: «Abbiamo bisogno di un capitano sano di mente alla guida della nave. Trump è disancorato non solo dal suo dovere o dal giuramento, ma dalla realtà stessa». Però avrà ancora il dito sui codici nucleari fino al 20 gennaio, e dal 21 potrebbe ricandidarsi alla Casa Bianca.

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