Veneto

Veneto, sanitari in regola beffati da chi non si vaccina

Venti giorni per il demansionamento o la sospensione, senza stipendio e fino al 31 dicembre, dei sanitari “no vax” in Veneto. Lo prevede il decreto legge entrato in vigore il primo aprile, due mesi fa. E i provvedimenti? Una manciata in tutta la regione, con decisioni sempre prese da singole case di riposo. A fronte di un esercito di oltre seimila sanitari da vaccinare: secondo gli ultimi dati della regione, sono 5.243 tra infermieri, Oss, tecnici e amministrativi; 735 dirigenti medici; 334 tra medici di famiglia, pediatri, guardia medica e specialisti ambulatoriali.

Il parere di Crisarà

«È la solita cosa “all’italiana”. Non importa se, come dice Zaia, si andrà avanti degli anni con le cause. Se c’è una legge, questa deve essere fatta rispettare nei tempi previsti, altrimenti si faccia a meno di fare la legge» tuona Domenico Crisarà, presidente dei medici padovani «Mi chiedo quale sia l’autorevolezza delle istituzioni: Stato, regione, Usl e anche gli Ordini professionali. Le persone che hanno agito come previsto dalla legge ora finiscono per essere ridicolizzate da quanti hanno trovato le scappatoie. Perché questi hanno l’arroganza dell’impunità. È un paradigma tutto italiano che emerge per l’ennesima volta nell’emergenza Covid. Il concetto di questo Paese è: “Intanto faccio quello che voglio, poi vediamo cosa fare con la legge”».

Legge e Uls

Eppure la legge sarebbe di una chiarezza cristallina, nel fissare i termini a partire dall’entrata in vigore del decreto, il primo aprile. Cinque giorni, per gli Ordini professionali, per trasmettere alla Regione l’elenco dei rispettivi iscritti. Dieci giorni, per la Regione, per verificare lo stato vaccinale di ognuno di questi, con segnalazione immediata all’Usl dei nominativi dei sanitari non ancora sottoposti alla profilassi. Infine, cinque giorni, per l’operatore risultato non ancora vaccinato contro il Covid, per produrre, su invito dell’azienda sanitaria, le controdeduzioni. Magari non saranno venti giorni giusti – perché di mezzo ci sono i festivi, perché si considerano i ritardi nelle lettere, perché le persone da controllare sono tante –, ma, nel frattempo, sono trascorsi due mesi. E, nei fatti, il decreto legge non è stato applicato, se non in casi sporadici.

Il timore degli ospedali

Una prima spiegazione potrebbe risiedere nel timore, da parte di ospedali e case di riposo, di trovarsi scoperti, di fronte alla sospensione dei sanitari. «Se si dovesse procedere con la sospensione di chi non si vaccina, nelle case di riposo non ci sarebbero i numeri per gestire il lavoro socio-assistenziale ordinario» conferma Paolo Lubiato di Cisl, pur sostenendo la bontà del provvedimento.

Il caso Belluno

Per il momento, le sospensioni sono a macchia di leopardo. Celebre è il caso di Belluno, dove il tribunale ha bocciato il ricorso di otto operatori di due Rsa, che erano stati sospesi dalle rispettive strutture. Ma uno nuovo è stato presentato da altri 62 operatori, decisi a non farsi immunizzare; anche se diversi hanno fatto un passo indietro, ritirando il ricorso. C’è poi il caso Treviso, con l’Ordine dei medici che ha già ricevuto diverse segnalazioni. A Verona, la Rsa Pia Opera Ciccarelli ha sospeso 18 sanitari che rifiutavano il vaccino, mentre un operatore di una casa di riposo di Bussolengo ha visto respingere il ricorso che aveva proposto. E ancora dieci lavoratori sono stati sospesi dall’Ipab Sant’Antonio di Chiampo.

Crisarà senza risposta

«Io, come presidente dell’Ordine dei medici padovani, ho mandato una richiesta, per sapere quanti nostri iscritti non sono stati vaccinati, ma non ho ancora ricevuto risposta» conclude Crisarà.

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