Veneto

Veneto senza soldi

Giallo o giallo plus, secondo la definizione del presidente della Regione Veneto Luca Zaia, non fa differenza. Perché dell’equiparazione dei ristori previsti nelle cosiddette zone rosse o arancioni non c’è traccia. Il quarto decreto legge Ristori varato dal governo in poco più di un mese lascia, sotto questo punto di vista, il Veneto a secco.nuovi codici atecoUn decreto che allarga la platea dei beneficiari della prima ondata di aiuti agli agenti di commercio inizialmente esclusi (una pagina e mezza di altri codici Ateco che vanno dagli “agenti e rappresentanti di carburanti” ai “mediatori in vari prodotti”) ma non allarga anche al Veneto i ristori previsti dai decreti “bis” e “ter” per le attività che hanno sede nelle regioni classificate come rosse e arancioni.

Le imprese

«Ogni aiuto o sostegno è il benvenuto – sottolinea Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto -. Ma purtroppo provvedimenti spot non risolvono il problema alla base che è quello di salvaguardare ed aiutare chi è davvero in profonda crisi a causa della pandemia. Non ci stancheremo mai di proporre la definizione di un provvedimento generalizzato “ombrello” per tutte le imprese ma selettivo nell’individuazione di chi ha subito perdite. Non si deve più tentare di correre dietro alla realtà con i codici Ateco».bonus e fiscoCosì se da un lato si plaude al bonus di Natale per i precari di turismo, terme e spettacolo e agli aiuti per settori in difficoltà come sport, fiere e congressi, dall’altro si mastica amaro. L’effetto area gialla, oltre a collocare ora il Veneto tra le regioni con l’indice Rt tra i più alti a livello nazionale, lascia le imprese venete senza gli aiuti previsti per le zone rosse e arancioni.

Confesercenti

«Ci attendiamo che vengano stanziate risorse per il Veneto» aggiunge Maurizio Franceschi, direttore di Confesercenti Veneto «perché le nostre aziende, nella sostanza, si trovano in condizioni simili a quelle delle zone arancioni. Serve il superamento del combinato codici Ateco e colorazione delle zone, avviando una valutazione esclusiva del calo dei ricavi». A poco, a quanto pare, vale il rinvio dal 30 novembre al 10 dicembre per i versamenti degli acconti Irpef, Ires e Irap. «Per carità ben venga» ribatte Franceschi «ma visto che il 30 novembre è passato forse poteva esserci una decisione più tempestiva. Serve un po’ più di rispetto per le imprese e per chi lavora». Artigiani e commercianti non sparano a palle incatenate, ma la delusione cresce. «Occorre che nella prossima Legge di bilancio si reperiscano le adeguate risorse aggiuntive per dare ristoro a tutti gli imprenditori, a qualsiasi settore e pezzo della filiera appartengano, che hanno subito cali di fatturato significativi con riferimento temporale al semestre più aggiornato del 2020 e non più al solo mese di aprile» chiosa Boschetto.

CNA

«Bene lo spostamento delle scadenze fiscali» aggiunge Matteo Ribon, direttore di Cna Veneto «ma di aiuti in più, a oggi, non c’è nulla. Attendiamo fiduciosi la manovra di bilancio. La crisi è trasversale, colori delle regioni e codici Ateco non hanno più senso: non c’è più nessun settore che non sia stato colpito». Di riflesso, oltre alle aziende, anche i professionisti vivono alla giornata. Le proroghe delle scadenze fiscali «non hanno un impatto automatico quanto all’operatività, è difficile per gli studi organizzarsi tra gli altri centomila adempimenti» sostiene Dante Carolo, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Padova. «L’impatto del Covid è pesante in tutti i settori, a prescindere dai codici. Bisogna immaginare interventi strutturali, ad esempio riportando a Nordest e più in generale in Italia le imprese che hanno delocalizzato. Lo Stato, in un lasso di tempo limitato, garantisca la continuità aziendale. Per quanto riguarda le procedure fallimentari, vanno previste norme che tengano conto del fatto che siamo in guerra». Secondo uno studio McKinsey «il 22% delle piccole e medie imprese italiane rischia di finire in bancarotta entro sei mesi. Per Cerved le fatture inevase a gennaio erano il 29% ma a maggio si è saliti al 45%. Il rischio default riguarda oggi due imprese su 10».

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