Veneziano

Covid e Dpcm. La rabbia dei ristoratori di Venezia: «Colpo mortale, di questo passo si chiude»

Stavolta non ci stanno, stavolta è più difficile capire. Se la prima chiusura, fra marzo e aprile, venne accolta con rassegnazione e una buona dose di fatalismo e comprensione, il coprifuoco notturno che spegne le luci di ristoranti, bar e pasticcerie dopo le 18 è una mazzata che il settore non accetta, che semina sconforto, tensione e rabbia. Una pugnalata che rischia di essere mortale per molti e ovunque, figurarsi a Venezia, dove prima l’acqua alta, poi il lockdown, quindi la rarefazione del turismo avevano già fatto danni. E proprio quando affiorava qualche mezzo sorriso, ecco il nuovo colpo basso.

Rabbia e preoccupazione

Il coro, però, è praticamente unanime: preoccupazione, incredulità e rabbia. «Far chiudere i ristoranti alle 18 equivale a una perdita del fatturato dell’80%. E se gli aiuti sono quelli visti in precedenza, la vedo molto brutta. Poi sinceramente si fatica anche a capire il senso di certe decisioni» dice Diego Paties Montagner, titolare con il papà Eligio dello storico “do Forni”. Molto diretto (e altrettanto preoccupato) Giovanni Mozzato, titolare dello Chat Qui Rit, a pochi passi da Piazza San Marco: «Penso che ci sia un’unica risposta: non pagare più le tasse. Se si lasciano a casa le persone e si impedisce di guadagnare bisogna risarcirli o almeno non chiedere nulla». Poi aggiunge: «È la degna conclusione di un anno orribile, che per noi è iniziato in quel tragico 12 novembre 2019. Ieri non sapevo come guardare e cosa dire ai ragazzi del mio staff. Ora proverò a lavorare nei tempi disponibili: vedremo quanto si potrà resistere».

IL GP Cremonini

Chi ha già alzato bandiera bianca è invece Gp Cremonini che a pranzo, in una spettacolare giornata di sole sulla riva delle Zattere, ha servito gli ultimi clienti del suo “Riviera”: «Si chiude. Già nelle ultime settimane ho lavorato in perdita, restare aperti senza il servizio serale sarebbe un suicidio. Arrivederci a marzo». Da Salizada San Antonin, nel sestiere di Castello, Maurizio Gasparini, patron della raffinata Hosteria da Franz, non usa mezze misure: «Una situazione senza precedenti se non in tempi di peste, quando il signor Conte della situazione era il Doge. Qui a Venezia il crollo del turismo ha già massacrato la ristorazione, aprire solo a pranzo non avrebbe senso, non riusciremmo a coprire le spese e pagare i fornitori. Non voglio fare il negazionista, ma sarebbe bastato obbligare a fare servizio solo al tavolo e con le dovute distanze di sicurezza per evitare gli assembramenti».

Gli aiuti insufficienti

Rincara la dose Mauro Coseani che in via Cecchini ha da poco riaperto la storica Osteria Da Mariano: «Ci hanno fatto chiudere, poi riaprire con i piani di sicurezza e rispetto delle regole, abbiamo sostenuto spese per cartellonistica e dispositivi e adesso ci dicono che non va. Siamo noi il vero pericolo? Abbiamo creato nuovi progetti per ripartire ma purtroppo questo settore viene sempre demonizzato. Poi non capisco: se fai 30-40 coperti a pranzo va bene, se li fai la sera non va più bene? Non hanno ascoltato la nostra voce e ci stanno distruggendo».

Chi si organizza

Da Carpenedo arriva il lamento più amaro che velenoso di Carlo Tosi, patron del Leone di San Marco che però ha la forza di essere propositivo: «Peccato davvero, perché il lavoro era ripreso bene. Però non mi abbatto. Continueremo utilizzando nella fascia serale le consegne a domicilio e l’asporto, siamo abituati a lottare e non molliamo. È il momento di stare uniti, rispettare le precauzioni. La soluzione parte soprattutto dai nostri comportamenti. Più saremo rigorosi, prima potremo ricominciare a lavorare normalmente». Un aplomb che sfoggia anche Lello Ravagnan, titolare della pizzeria Grigoris di Asseggiano: «Pazienza, ricominciamo con asporto e consegne a domicilio, per noi che abitualmente lavoriamo dalle 18 in poi è ovviamente un brutto colpo. Vorrà dire apriremo a pranzo nel fine settimana, in attesa di partire con il nostro panificio a Zelarino». Raffaele Alajmo, patron del Caffè Quadri a Venezia, posta sui social la sua amarezza: «Se ci obbligate a chiudere ci dovete aiutare non costringendoci a indebitarci».

La perdita di Halloween

Decisamente meno pacato Checco Pettenò, giovane pasticcere che con la famiglia gestisce in via San Donà e in via Mestrina due insegne top per cioccolato e golosità di ogni genere: «Ci sentiamo presi in giro. I nostri dipendenti hanno appena ricevuto la cassa integrazione di maggio e giugno, quella di aprile era arrivata a luglio, abbiamo fatto sforzi enormi, titolari e dipendenti. Questo virus colpisce tutti ma economicamente sembra un cecchino che prende di mira solo determinati settori». E da via Manin, Lucio Ferro, titolare del popolare bar “Monetine”, frena la sua rabbia e si limita a poche parole: «Come sempre la colpa di tutto è di bar e ristoranti. Faremo quello che ci dicono, poi vedremo quello che succederà». Prima di aggiungere, sui social: «Si sta avvicinando Halloween, ma a noi l’abito da morti viventi ce lo stanno già tagliando su misura».

Tag
Mostra altro

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close
Close